martedì 30 dicembre 2014

dei buoni propositi di stare vivi

Non ci sono mezzi termini per dirlo.
Il 2014 è stato l'anno più difficile che io abbia affrontato.

E' stato l'anno in cui tutto è stato buttato giù con violenza ma soprattutto con cattiveria. E' stato l'anno in cui ho provato cosa vuol dire rincominciare da zero, in cui ho dovuto mettere in discussione tutto, me stessa soprattutto.

E' stato l'anno delle lacrime che sembravano non terminare, prima per il dolore, poi per la fatica della ricostruzione, per i crampi delle forze che finivano, e infine per la gioia nel vedere qualcosa sorgere dalle macerie.

E' stato l'anno delle scelte coerenti con ciò che sono e che voglio essere, con l'essere me stessa anche quando sarebbe più facile essere chiunque altro, con il cercare il dialogo anche quello scomodo, con l'accettare etichette poco piacevoli, col mostrarmi pronta a perdonare davvero, con lo scegliere la non vendetta, con l'accettare anche il ruolo della cattiva che però non sono stata, perchè davvero pazienza la versione delle cose che pensano gli altri, con il rivelare chi sono davvero e cercare di conciliare il mio dentro e il mio fuori.

E' stato l'anno del mettere ordine tra le mille me e i mille tu.

E' stato l'anno delle belle persone, quelle vecchie vecchie che ci sono state sempre e che sono gli amici per i quali mai smetterò di essere grata, e quelle nuove che mi hanno aiutato ad avere di nuovo fiducia nel mondo.
E' stato l'anno del trovare spazi e tempi per tutti quelli che lo hanno meritato, del moltiplicare le forze.

E' stato l'anno del dovermi ritrovare, riamare e reinventarmi, scoprendo di essere sempre più fiera di ogni singola soddisfazione avuta come mente di lavoratrice, come corpo di donna, come cuore di mamma, come mani di moglie.

E' stato l'anno del soccombere a me stessa, è stato l'anno del guardarmi allo specchio ancora una volta e sorridere davanti a quelle ferite.

E' stato l'anno del volercela fare da sola.
E' stato l'anno del ce l'ho fatta.


Grazie di cuore a chiunque sia stato con me in questi 12 mesi, per poche parole o per discorsi infiniti, a chi mi ha fatto ridere, teso la mano o saputo abbracciare col cuore.

martedì 23 dicembre 2014

del natale e dei soprammobili di thun

In questo periodo dell'anno tutti cercano di essere più buoni.
Per come la vedo io, c'è un nome per tutto questo: ed è ipocrisia.

Io amo a Natale le persone che amo il resto dell'anno. Frequento le stesse persone che frequento a marzo, fatta eccezione per quegli amici che vivono fuori e che tornano a casa per le feste.
Ci sono per chi mi permette di esserci tutto l'anno, e per chi mi sorride tutto l'anno.

Non cambio le mie abitudini per Natale, a parte forse che bestemmio un po' di più per il traffico.

Eppure le lucine natalizie hanno un buon effetto su di me.
Sono profondamente e scientificamente atea, e non ho niente di speciale a cui credere in questo periodo dell'anno. Ma le lucine sono  meravigliose.

Che poi non sono solo le lucine. E' l'effetto che la lucina fa con l'umidità fredda dell'aria.
Come quando guidi e il vetro è un po' appannato e pure gli stop delle macchine sembrano luminarie natalizie e fanno subito festa con quell'alone rosso sbrilluccicante.

Penso al Natale dello scorso anno. Penso a chi c'era e mi vengono i brividi. L'ipocrisia a natale è persino peggio dei soprammobili di thun che non piacciono a nessuno ma che tutti regalano. 
Penso a ciò che è successo dallo scorso natale ad ora. I 12 mesi che mi hanno portato qui. Non è stato facile, continuare ad essere me stessa in questi 12 mesi, continuare a combattere i mostri, continuare a volercela fare.

Non sono ancora pronta per il mio bilancio di fine anno, per ora ho solo dei buoni propositi per le feste:
1. non mangiare troppo
2. continuare ad allenarmi anche dopo aver mangiato troppo
3. non giustificare l'aver smesso di allenarmi dando la colpa a chi ha cucinato troppo
4. non essere io quella che cucina troppo
5. ricordarmi di non bere visto che sono sotto antistaminici
6. smettere gli antistaminici due giorni prima capodanno
7. metter in ordine la cantina.

E, a tutti voi, AUGURI! 

mercoledì 17 dicembre 2014

perchè poi alla fine sono sempre io

Sono stata via. Da qui, da me stessa.
Ero in equilibrio sulla fune, finchè ho deciso di provare a saltare.

L'ultimo post si chiamava "sospesa".
Ed era riferito al trattenere un attimo il fiato in uno di quei momenti in cui non si sa bene cosa starà per succedere, ma si sa che qualcosa accadrà.
Non avevo immaginato fosse l'inizio di una mia autosospensione dal blog.

Ci sono delle volte nella vita, in cui sei portato a dare tutto ciò che hai dentro. In cui le persone che hanno la mia personalità passano ore, giorni, settimane, a scrivere, a dipingere, a parlare, a tirare fuori foto, immagini, video, numeri, lettere, idee e suoni.
Poi basta una goccia, o forse un po' di più, diciamo una piccola palude con un grosso coccodrillo che ti ringhia contro. E quella situazione finisce.

E ti trovi vuota, ancora una volta, vuota al punto che ha bisogno di essere solo tua, ancora una volta.
Di riempirti di libri, di film, di foto, di tè caldo, di discorsi ai quali tu partecipi solo come uditrice.
Perchè hai bisogno di immagazzinare nuove parole, nuove immagini, nuove storie, nuovo calore prima che tu ne possa ancora una volta tirarne fuori di tuoi.

C'è forse ancora chi aspetta paziente sulla riva del fiume che arrivi il mio cadavere, ma io ho imparato a non essere più puntuale, e mi dispiace deludere ancora una volta quelle aspettative.

Ci sono, ci sono ancora, carica di parole, di sentimenti e con intorno a me le persone giuste, quelle che hanno scelto di esserci pur senza che fosse dovuto.

E io sono qui a guardarmi intorno nuovamente e a lasciarmi meravigliare dal mondo, a scoprire mondi nuovi semplicemente cambiando inclinazione della testa per vedere il mondo da una nuova prospettiva. Come quelle strade che percorri ogni giorno in un senso e che quando ti trovi a fare nel senso opposto sembrano completamente diverse.
"Questo negozio è sempre stato qui?"
"Questa vita è sempre stata qui?"

And God, tell us the reason
Youth is wasted on the young
It's hunting season
And the lambs are on the run
Searching for meaning
But are we all lost stars
Trying to light up the dark


martedì 11 novembre 2014

sospesa

Manca decisamente la terra sotto ai piedi quando ti trovi in equilibrio su un filo.

Provi a controllare ogni tuo muscolo e ogni tuo respiro, ma in fondo sai che sono dei minuscoli sassolini dentro al tuo orecchio a farti stare su, e quelli non c'è verso di poterli comandare.

Diventi brava, la corda su cui cammini provi a tenderla sempre un po' di più, e farla diventare sempre un po' più lunga. E' difficile che gli altri capiscano che ti stai muovendo lì sopra, tanta la delicatezza con cui lo fai. 

Eppure ogni volta riesci ad arrivare alla fine, a decidere di scendere, a rimettere i piedi al suolo e godere per un po' il silenzio, l'equilibrio facile, la stabilità che ti fa da casa.
E non sei al circo, non è certo quello il tuo lavoro, ma è impossibile non risalire "ancora una volta, che sia l'ultima, davvero".

Un giorno ne prendi una più lunga, molto più lunga, molto più complessa, molto più alta. 
Una che sai che se ne uscirai viva, potrebbe davvero essere l'ultima.

Sei nel bel mezzo dell'attraversamento, arrivano delle urla dal basso. 
Ti fermi.
Tornare indietro è molto più difficile che andare avanti. Ma di andare avanti hai il terrore.



Passano i giorni, a trattenere muscoli e fiato, immobile, con le lacrime ancora a metà.

Poi basta una voce calda, dalle parvenze amiche, a tenderti una mano dall'altro lato della corda, ancora una volta.
Basta un sorriso di una nuova amica. Basta una voce che sussurra con tono deciso.
Basta vedermi allo specchio e ripetermi chi sono e cosa ho fatto.
Basta tutto un gruppo che ride con te di quelli che non sanno che i caratteri che formano un libro hanno storie vere dentro, che alcuni non conosceranno mai.
Basta una sera di femmine con urla, risate e alcool.

E si va avanti.
Alla faccia pure della labirintite.

"e si amarono l'un l'altro sospesi su un filo di neve"
M. Fermine, Neve

lunedì 20 ottobre 2014

flusso incosciente di coscienza

Che ancora sento caldo fuori e già un po' di freddo dentro, che ancora si va al mare, e mi rosolo al sole sul balcone, che le giornate sono già più corte che fanno venire la voglia di copertina sul divano davanti al film ma ancora non è tempo di copertina.
Che il fuori in cui sono è sempre meno il fuori che vorrei vedere da dentro.

Che ci sono persone belle in ogni dove, finché non ti trovi davanti quelle bruttebruttebrutte e ti si spegne il cervello e vorresti finire con la foto nei telegiornali con i vicini che dicono finalmente che da casa mia veniva sempre casino e che no, non salutavo sempre perché quando ho le palle girate io preferisco farle girare fuori che dentro e quindi non saluto.

Che le persone belle si meritano sempre tutto e le riconosci perché sono fradicie di lacrime perché la vita è un po' così. Che volevo dire a voi persone belle (si, voi, tu e tu che state leggendo) che il bagnato delle lacrime rende tutto un po' sbrilluccicante e siete ancora più belle, anche se lavoreremo sul sorriso, perché quello non lo batte nulla.

Che dieci è un numero enorme, che oggi sono più vecchia di ieri, fuori si, ma soprattutto dentro. Che non so perché sono arrivata fin qui, che questo dieci è la guerra più lunga che abbia combattuto, contro i miei sogni forse, seguendo i sogni di chi i sogni non li ha.

Che basta poco a volte, a volte solo tre minuti, che tre minuti sembra poco, e invece è anche tanto.

Che ieri c'erano loro, erano insieme, e io un po' mi sono sentita loro figlia e un po' loro madre, e quanto mi manca essere loro figlia e basta.
Che oggi è tutto un po' blu, tendente al grigio, e questo sole stona.
Che mia zia voleva sapere se ci siamo a natale, e io non so se ci sono domani, e oggi ho ancora gli shorts addosso e natale è lontano così lontano che mi fa ridere, e però come sarebbe carino se fosse già natale con le lucine colorate e quelle cose kitsch in giro per le strade.

Che avevo un appuntamento a settembre, e non avrei voluto saltarlo, però i miei figli hanno vinto anche stavolta, e aspetterà ancora un mese o forse due o forse tutta la vita.

Che mi sta venendo la fame autunnale, quella roba piena e ripiena di mele e cannella, quella delle pannocchie col burro, della vellutata di castagne e dei tortellini in brodo. 

Che lui, ancora lui, e i piedi freddi.

Che il limone nel terrazzo sta diventando carico, e ogni volta che ci passo vicino, sento un profumo che mi ricorda con quante lacrime l'ho innaffiato e sono contenta che alla fine sia venuto su così bene.

Che avevo detto che a ottobre avrei ripreso a scrivere in maniera comprensibile, e invece.



sabato 11 ottobre 2014

be positive

Avevo scritto un post lunghissimo, in cui parlavo di persone NO.

Ho scelto di cancellarlo e non pubblicarlo.
Oggi, dopo le persone NO, e la rabbia, la voglia di lasciare uscire la mia parte NO, l'irrazionalità, la vista annebbiata e forse anche i peli che mi spuntavano sulla schiena mentre ululavo, c'è stata una persona SI.

Una di quelle persone alle quali non riuscirò mai a dire quanto mi senta davvero fortunata ad averle nella mia vita.
Una persona che sa lasciare che vinca la razionalità. 
Che ha saputo ridere con garbo dei miei istinti omicidi. Che non ha battuto ciglio ai miei racconti di gestacci alla guida verso chi nemmeno mi vedeva "ma nel dubbio, li ho fatti". Che mi ha fatto tirare fuori ricordi cattivi senza fare troppo male.
Una persona che riesce a leggermi dentro e tirare fuori il SI e ricacciare via il NO.

Questo post è per le persone SI della mia vita.
Grazie.
Di cuore, e di testa.




venerdì 3 ottobre 2014

accordata

Avevo quattro anni quando tentai un lancio su una palma.
Si, SU, non da, perchè io non volevo fare la scimmia, ma la farfalla.

La palma ebbe la meglio e una piccola cicatrice sullo stinco mi ricorda che posso vivere più di tre giorni, se mi risparmio il volo e i colori variopinti.

Mi ricordo il sangue, le urla, il bruciore. 
Il sangue, il sangue, il sangue, le spine, il dolore.
Le urla, il dolore.
Lo sguardo terrorizzato di mio padre, il dolore.

-

A undici anni, indossai le mie prime scarpe da punta. 
L'unico strumento di tortura col quale è previsto sorridere invece che urlare e piangere.
Ricordo il sangue, il dolore.
Il dolore, le forze che mancavano, la vista annebbiata, il dolore.
Il sangue che macchiava le calze color cipria e l'unghia rimasta attaccata al loro interno.
Il sangue, il dolore, il dolore.

Usa tuo dolore, tu balla!
Esce sangue? Esce anima!
Diceva l'insegnante russa, di cui porto ancora gli acuti impressi nei timpani e le unghie nella schiena.

-

E così ho imparato a usare il dolore. 
A farmelo amico, amante, complice e nemico, ma mai sconosciuto.
A tenermi alla larga dagli antidolorifici e dai sentimenti e dalle passioni tiepide.
L'ho usato per respirare, per godere, per non farlo, per tenermi viva, per non morire, per diventare madre.
L'ho visualizzato, gli ho dato un nome, ho corso verso di lui, mi ci sono acCordata, abbiamo suonato la stessa musica.
Sono scappata, l'ho ripudiato, è tornato a cercarmi, riaffiorando da vecchie cicatrici. 
E non mi fa paura, solo calore.


I ache for the touch of your lips, dear,
But much more for the touch of your whips, dear.
You can raise welts
Like nobody else,
As we dance to the Masochism Tango.

martedì 23 settembre 2014

de bello mundi

Tempo fa scrissi una cosa sui vincitori e i vinti.

La scrissi con la convinzione di ESSERE stata battuta in uno scontro impari.
Ora, molto tempo dopo, so di AVERE vinto, lealmente.

Ed è la prima volta che avere è indiscutibilmente meglio di essere.

Ed è anche la prima volta che il premio sono io.

lunedì 15 settembre 2014

uno in più

Disclaimer: questo post contiene vita privata. Chi legge accetta di farsi gli affari miei e rinuncia alla critica per aver scritto un post iofemminocentrico.

*

But I'm not a miracle 
And you're not a saint
Just another soldier
On the road to nowhere

è stata una consapevolezza difficile da ottenere.
ti sei innamorato perchè ero invincibile, ti ho amato perchè eri perfetto.
io ho scoperto che non lo eri, e tu mi hai visto crollare. e lì è cambiato tutto.

Then something unusual, something strange
Comes from nothing at all
I saw a spaceship fly by your window
Did you see it disappear?

poi, un'esplosione, qualcosa di strano, forse anche una navicella spaziale, ma niente di tutto questo importa più.
ora mi ami con la consapevolezza di chi sono io, ora ti amo con la consapevolezza che tu sei tu.
buon anniversario, uno in più.
per ciò che abbiamo fatto, e ciò che faremo ancora.

Amie ,come sit on my wall
And read me the Story of O
And tell it like you still believe
That the end of the century 
Brings a change for you and me

mercoledì 10 settembre 2014

ioparaben

C'è quel momento, durante la doccia, in cui riesci a isolare col pensiero una singola goccia d'acqua, e visualizzarla mentre ti scorre addosso.
La vedi incorporare, come una slavina, prima e shampoo e bagnoschiuma, e poi, una volta resa più forte dai parabeni, pensieri, umori, lacrime, idee.

Ti scivola giu, accarezzandoti, e una volta arrivata all'alluce la vedi fare un saltino, dritto nello scarico. Puoi intravedere una sorta di ghigno sinistro in lei.

Sembra che ti abbia alleggerito, invece ti ha solo saccheggiato.

Questo è quello che è successo per la prima volta durante la mia doccia di ieri sera. 
Perchè ieri doveva essere una giornata da alleggerimento, e invece alcuni abbandoni fanno più male di altri. Al punto che te ne accorgi solo due docce dopo, quando all'inventario vedi che mancano troppi pezzi di te.

E immagino che nelle giornate di addii, sentiamo di aver bisogno anche delle cellule morte, per sentirci meno esposti.

Idraulico cercasi, per ritrovare qualche residuo di me negli scarichi.

Ricchi premi e cotillons


Ordunque, veniamo a noi.
Ho vinto un premio.
Quindi, gaudio e giubilo, e cori in festa...
ta-dàààà



sono una blogger molto ispirante!
non so bene cosa possa ispirare, o anche inspirare a volte, però ecco, mi sento davvero onorata per aver ricevuto il premio, e in particolare per averlo ricevuto da Mareva che io amo moltissimo, un po' perchè è una redhead, un po' perchè mi ricorda le suicide girls, e fin qui potrebbe sembrare un'ammirazione solo un po' pornA, ma anche e soprattutto perchè amo la sua scrittura, la sua fame compulsiva, il suo raccontare l'ammore con due emme, il suo cane, i suoi viaggi e anche basta che mi sembra di aver esagerato.

Queste le regole previste dal premio:

1. Ringraziare colei/colui che mi ha nominato.
2. Elencare le regole e visualizzare il premio.
3. Condividere 7 fatti su di te
4. Nominare altri 15 blog e lasciare un commento per fargli sapere che sono stati nominati



5. Mostrare il logo del premio sul tuo blog e seguire il/la blogger che ti ha nominato.

Con la 1, la 2 e la 5 ci siamo, ora veniamo alla parte difficile.

Condividere 7 fatti su di te:
Niente di troppo serio, credo, altrimenti non sarebbero su di me.

- sono nata in uno dei giorni della merla, e questo credo valga più di qualunque altra definizione del mio carattere
- mi trovo meglio con i numeri che con le persone
- la mia carriera artistica ha avuto delle fasi, che invece che con dei colori come Picasso, mi piace identificare con le relative safeword
- questo è il mio quarto blog, e dei tre precedenti uno è stato cancellato, uno nascosto e uno lasciato morire in solitudine
- il mio figlio "grande" mi ha fatto scoprire che amo il gelato al pistacchio, quello piccolo che non tollero la soia
- non so guidare senza musica
- il mio colore preferito fuori è il giallo, dentro è il blu



4. Nominare altri 15 blog e lasciare un commento per fargli sapere che sono stati nominati
Dunque, 15 non li ho. Non very inspiring. Quindi, con la speranza di sopperire a tale mancanza, ne metterò meno, ma dirò perchè sono stati nominati

Amanda, di micacotiche: perchè scrive in maniera sublime, e leggere le sue storie mi lascia sempre senza parole (e infatti non commento mai, e sembro un po' maleducata)
LaStregaBianca di unbeldivedremo: perchè lei è lei, e non c'è altra spiegazione che ci abbiano separate alla nascita
Red di thatfaintingthing: perchè è bello trovare i miei pensieri nelle sue parole
LaMora di unamorainside: perchè quando passa, mi capisce sempre
Emme. di emmepuntato: perchè certe cose nascono da bambine, ed è bello che ci siano ancora alla soglia dei trenta
MikiMoz di moz'o clock: perchè amo gli adulti che sanno essere bambini dentro
SignorinaEffe di unmetropiùinlà: perchè blu chiama blu, e perchè abbiamo fatto i 100happydays insieme e ora mi sento mezzo sua sorella
Baol di vorreiessereunbaol: perchè spesso non ci capisco niente, ma è un niente che mi piace da morire.

E ora a voi.
io torno eh, certo che torno.






lunedì 1 settembre 2014

wake me up when september ends

basta così poco, a volte.
come l'arrivo di settembre.
il caldo opprimente che lascia il mio spazio vitale e dà modo ai pensieri di attaccarsi a un neurone, e iniziare a vagare in attesa di svilupparsi.

e poi ci sono posti nuovi.
posti in cui non sai bene cosa ci fai, e non sai chi troverai, e molto flebile sussurri un "ci sono anche io, non so se distur..." e arrivano plausi e applausi e un gruppetto che inizia a fare la ola. E continui a non sapere cosa ci fai lì, ma per ora è carino esserci.

ci sono gli amici, quelli di cui sai che non potrai mai fare a meno. che sono amici veri e te lo hanno dimostrato condividendo i momenti più no e quelli più si, tuoi e loro.

ci sono le voci, non una roba tipo vedolagentemorta, ma le voci di chi ti dà delle emozioni inaspettate in un pomeriggio pigro.

ci sono le ricorrenze. che io mica mi vergogno a dirlo, che ci tengo.
ci sono quelli che iononbadoaquestecose e poi sbagli un regalo e sei cancellata. io no, io tengo alle ricorrenze, e ne sono felice ogni volta che arrivano. una tacca in più sul muro, vuol dire sempre che un anno lo abbiamo vissuto.

ci sono le giornate che si accorciano, e i raggi del sole che non mi stuprano più la rètina ogni mattina in quegli orari che non dovrebbero nemmeno esistere.

c'è agosto che è finito, ed è per un altro anno che non dovrò occuparmene.

e ci sono io. che non è scontato che ci sia ancora.
e mi basto, certo che mi basto.


Summer has come and past,
The innocent can never last,
Wake me up when September ends

domenica 24 agosto 2014

Amica

Tempo fa capitai in una stanza con un muro verde incompleto.
Capitare implicherebbe che ci fossi finita per caso, e questo non è vero, ma sono sicuramente stata li grazie ad un numero spropositato di circostanze, belle e brutte.
In quella stanza ricevetti molti regali, alcuni dei quali non poterono essere portati via, ma tutti molto importanti.
Tra quelli, c'era il top pervinca che ho ancora nel cassetto.
Quel top mi ha accompagnato in sala prove, poi a casa, a letto, con il pancino prima che diventasse pancione, in ospedale, e con i miei bimbi tra le braccia.  Posso dire che con quel top ho fatto il mio percorso per diventare donna. Posso anche dire che il percorso sia iniziato certo prima di quel cotone sulla pelle, ma che abbia subito un'accelerata dalla stanza col muro verde incompleto in poi. Muro verde e top pervinca.
Che non era ovviamente questione nè di muro né di top, ma delle persone che popolavano la stanza.
Sarà per questo che oggi leggere la parola amica sotto ad una foto con quel top mi ha fatto sorridere. Che non era il momento, visto il discorso che lo precedeva, però l'affetto, ecco, l'affetto ha avuto la meglio anche in quel contesto.
Per il top, ovviamente. E per gli amici, quelli veri.

venerdì 15 agosto 2014

Agosto

Agosto è il mese in cui prendo un kg.
Agosto è quando sono costretta a 3 settimane di ferie che avrei gradito in un qualunque altro mese dell'anno.

Agosto è la gente contenta di "solesalespiaggiacaldocoseestive" e io che "no".

Agosto è mese di quattro compleanni che non posso dimenticare, più di tanti altri di cui invece mi importa poco, che io con le persone estive difficilmente ci vado d'accordo, ma se ci vado d'accordo poi è per sempre.
Agosto è stato una minaccia di ricatto: "se voglio ferire dico agosto", ed effettivamente mi aveva ferito, ma era servito a chiudere un cerchio di domande, di dolori, di minacce sospese, di un livello al quale io avevo deciso di non scendere e per cui il tempo mi sta dando ragione.

Agosto è il mese in cui se faccio esami medici vanno male, così non ne faccio, e sto bene.
Agosto è portare i bambini al mare perchéfabene e trovare il modo di farmelo piacere.
Agosto è volere che quelle vacanze non volute non finiscano.

Agosto è vedere amici speciali che tornano a casa per le vacanze.
Agosto è cielo blu, mare blu, umore blu, costume blu. E per fortuna ci manca la pillola blu.

Agosto è cosce e zanzare.

Agosto è il terrore dell'abbronzatura e spf50, ombrellone, cappello, maglietta e pelle dorata come se non avessi fatto nulla per evitarla.
Agosto è il dubbio di essere felice o meno, ed esserne certa quando non dovevo ed esserlo un po' meno quando invece (punto).
Agosto è fare tardi la sera e svegliarsi presto la mattina, e gioire di giornate piene.

Agosto non è mese per me.
Però dai, quest'anno mi applico.

domenica 3 agosto 2014

Oggi

Oggi è il giorno in cui ogni anno scrivo qualcosa da qualche parte. 
Ho scritto cose più o meno impegnative, in 10 cartelle o in 160 caratteri. Cose lette da nessuno, da uno solo, da alcuni, da molti, una volta addirittura da troppi.
Però ecco, sarebbe ormai una tradizione, e io alle tradizioni ci tengo.

Così quest'anno racconterò la storia di una scatola che ha un suo collegamento con questo giorno.

Era una scatola dai colori che andavano dal rosa al rosso e con delle piccole venature dorate.  C'erano disegnate sopra delle stelline che mi fanno pensare potesse essere originariamente la confezione di un regalo di Natale da parte di qualche zia, ma non ci metterei la mano sul fuoco.  Era una scatola robusta e simpatica, che ai miei occhi era sembrata adatta a contenere cose importanti.
Ricordo il giorno in cui iniziai a metterci dentro qualcosa.  Il primo qualcosa furono alcuni fogli di un racconto scritto per l'occasione di questo giorno di molti anni fa, quando il cervello era più brillante come il colore dei miei capelli e la compattezza della mia pelle. Era un racconto per bambini basato sul numero tre, che allora non lo sapevo ancora, ma sarebbe poi diventato il mio numero. Insieme ai fogli, ci misi dentro un oggetto molto personale ricevuto in regalo da una persona della quale non sono sicura di ricordare il nome, ma di cui ricordo certamente il timbro della voce. Quell'oggetto era stato chiamato "pensami" dal mittente, ma non venne ritenuto troppo utile dalla sottoscritta al fine del pensiero in questione.
A breve distanza, vennero aggiunti nella scatola, dei nuovi racconti, un nuovo regalo di simile utilizzo del primo (e di altrettanta inutilità), e alcuni ricordi.
Infine, riposi nella scatola le stampe di alcune foto di quando ancor sana e snella solevo faretantaroba la sera.
La scatola mi accompagnò in un trasloco sola e in un trasloco di coppia. Infine, venne preparata per un terzo trasloco.
E la storia si ferma sfortunatamente qui. 

Non so dirvi, ma soprattutto dirmi, che fine abbia fatto.  Certo, la speranza è che l'asfalto si sia aperto per inghiottirla, ma temo non sia così. E ogni volta che ci penso, ho un improvviso dolore cervicale che mi impedisce di camminare con la testa su.

Ho quasi pensato, di pubblicare con questo post, una delle foto in questione (grazie foto digitali, voi non vi perdete con i traslochi) però ecco, questo giorno non è giorno di condivisioni.

E tu, auguri. Si, tu.

lunedì 28 luglio 2014

Nebbia

Giorno in cui il caldo annebbia la mente.
In cui i sogni annebbiano la vista.
In cui gli affetti annebbiano le parole.

Giorni di nebbia, insomma.

Che c'è il sole, eppure in fondo senti un po' di luna sulla pelle.

E ti senti straordinariamente, incredibilmente a casa.

martedì 1 luglio 2014

Del riccio e del fico d'india

Credo sia facile per tutti essere spinosi.
Paragonarsi ad un riccio, o ad un fico d'india, e dire "io sono così".

Ho in mente un discorso abbastanza complesso, che si ricollega in parte ad un lavoro dei tempi dell'università in cui collegavo quelle che in linguistica si chiamano faccia positiva e faccia negativa, con quelli che in antropologia si chiamano istinto di sopravvivenza e conservazione della specie.
Ve lo risparmio, giuro.

Le spine, gli aculei, sono l'affermazione di sé. Fare paura agli altri, spesso è l'unico modo per ritagliarsi un posto nel mondo.
"io sono fatto così", dice, dico.
Come dire, adeguati tu.
Eppure, l'uomo, come il lupo, è un animale da branco. E nessuno basta mai a sestesso.

E quello che ha imparato il fico d'india, è a fiorire con un fiore coloratissimo.
Quello che ha imparato il riccio, è ad abbassare gli aculei, accettando il corteggiamento, per poter "scopare come un riccio".

Certi esseri umani ci mettono solo un po' di tempo in più. Ma gli aculei, nemmeno il viagra li tiene su per sempre.

*

Chi mi seguiva negli altri blog lo sa, io in estate scrivo poco, male e incomprensibilmente. Abbiate fede, ottobre arriva sempre.

mercoledì 18 giugno 2014

#100happydays (bilancio)


Ho finito i miei #100happydays.
Avevo iniziato prendendola come una sfida in un momento in cui tante cose erano in discussione, soprattutto la felicità.

In quel momento, avevo pensato che se fossi arrivata fino in fondo, avrei sicuramente riguardato tutte le foto, e probabilmente scritto una lettera:
"avevo ragione io, questi sono i miei motivi di felicità" e a seguire, 100 righe di elenco.

Ieri invece ho deciso di non riguardare le foto.
Nessuna scena di lacrimuccia con musica da insulina in sottofondo (anche perchè ieri non era proprio giornata per quella musica lì)

Quello che ho imparato, in questi ultimi 100 giorni, non è un elenco di attività, emozioni, luoghi, persone, cibarie e suoni che mi rendono felice.

Ho imparato a cambiare la mia vita.
A non subire la felicità, ma a ricercarla.
A cambiare i piani, così da costringermi ogni giorno a trovare un nuovo motivo diverso per il quale essere felice.
A potermi ritenere sinceramente felice anche nei giorni tristi, anche in quelli più dolorosi.

Non sono stati 100 giorni "belli belli in modo assurdo", ma sono stati 100 giorni in cui ho capito appieno il significato di ciò che dicevo anche prima: che la felicità dipende sempre e comunque da noi.

Sono stati 100 giorni in cui sono diventata una persona un po' diversa.
Sono stati 100 giorni in cui sono diventata dipendente da quelle sensazioni.
Sono stati 100 giorni in cui ho capito che non potrò farne più a meno.
Sono stati 100 giorni in cui ho imparato a pretendere molto da me.

Sono stati anche 100 giorni, in cui molto spesso ho dovuto censurarmi, perchè non tutto si può fotografare e non tutto si può scrivere, e anche questo mi ha reso felice.




domenica 8 giugno 2014

opossuMare

Avevo 7 mesi quando al mare, imparai a fare il morto a galla.
Alcuni anni dopo, imparai a nuotare discretamente, poi bene, poi meglio, e infine a portare a casa delle coppe che lo provassero.

Quando decisi di lasciare l'elemento acqua, in favore dell'elemento palco, persi la passione per il nuoto, la forza nelle bracciate e anche la respirazione di pancia.
Eppure, non esiste giorno in cui io non sogni di fare il morto in acqua e lasciarmi trascinare un po' dalla corrente.
Perché a volte, nuotare è così stancante, e così poco soddisfacente,  che per sopravvivere basta abbandonarsi alla corrente e lasciare che tutto vada.
Certo, non si sa come, ma che vada.

E non so bene perché ho scritto questo post,  dovreste chiederlo a una certa contessa, che vi risponderà sempre e solo scuotendo la testa.
Però queste parole erano lì, e la contessa per questa volta capirà.

martedì 3 giugno 2014

La storia di Bellie

Ci sono delle parole a cui ti senti legato, parole che nel tempo, continuano a rotolare dentro alla tua testa, attaccandosi ad altre, e dando vita a delle storie che, via via diventano sempre più simili a degli enormi gomitoli.
Storie che prendono forma, in vari modi e che dopo anni ancora non riesci a concludere.

Questa storia è stata scritta da Amanda, che con il suo modo eccezionale di raccontare ha saputo dare una forma compiuta ad un personaggio incompiuto, e che ha saputo coglierne più aspetti di quanti io non le abbia dipinto.

Inutile dire, che lei per me, merita almeno il nobel alla letteratura.



La storia di Bellie inizia dove le notti, in inverno, mangiano il giorno, ed i giorni, in estate, fanno le ore piccole per vendicarsi. Inizia con due treccine bionde in un paese minuscolo dal nome impronunciabile che neppure il dilagare, alla nostra latitudine, del mobilificio giallo e blu renderebbe più familiare. Le treccine bionde, hanno un padre, una madre, un fratello ed un cane, tutti gli ingredienti che servono per costruire una di quelle favole che terminano, come da tradizione, con un "e vissero tutti felici e contenti", ma anche quelle favole a volte non vanno come ti aspetteresti. Non che abbiano una fine triste, è che a volte non si riesce neppure ad immaginare una conclusione, non si capisce proprio dove vogliano andare a parare, vanno, ostinatamente vanno, senza compiersi, senza soluzione. Lassù a nord i cieli sono tersi, aria ed acqua frizzanti, la neve arriva presto e sembra pulire ogni cosa. Bellie è figlia di un Pastore protestante, è un uomo molto influente nella sua piccola comunità, nessuna pecorella smarrisce la via con lui. Bellie è una bambina come tante e se anche la sua adolescenza non le regala maggiore grazia, sa parlare e sa ascoltare e riesce sempre a piacere. Ma la vita di quella piccola comunità sempre dentro ai margini di carreggiata, sempre pronta a mettere la freccia in prossimità della svolta, sempre rigorosa nel dare le precedenze non sembra a bastare alla Bellie che ora compie venti anni e che vuole vedere il mondo e che ora sa di dover seguire altre correnti come lo sa il salmone; quando al secondo anno di Università deve decidere dove andare a fare il suo Erasmus punta il dito sul posto che offre meno sbocchi per il futuro, ma dove le frecce non si mettono, dove ognuno segue la sua corrente personale, tranne dentro l'urna elettorale, dove le leggi morali non sono patrimonio genetico e dove sa che nascerà una nuova Bellie per la quale studio e rigore saranno paradigmi del passato. Così approda in Italia, intendiamoci non è che Pavia rappresenti di per sé la meta agognata di chi vuole una botta di vita, ma per Bellie sono la distanza fisica e soprattutto quella inquietudine, che la spinge a cercare un'altra persona nascosta da tempo  dentro i suoi panni, a trasformare Pavia in New York. Così è alla prima festa, organizzata dalle compagne di corso con cui condivide l'appartamento che vede la nascita di questa nuova creatura contro corrente. Loro si vestono per la conquista: tacchi, trucco, la bella vista su quanto c'è da offrire; lei si presenta apparentemente quella di sempre, un paio di jeans a coprire la sue lunghe gambe nordiche, il diafano pallore abituale. Loro iniziano a bere e bere per scaldare l'atmosfera, lei le sgancia al primo mojito ma non vi meravigli sapere che la sua caccia non è meno grossa delle loro, solo che Bellie non vuol nascondersi dietro il pretesto di una sbornia per superare quei limiti che le hanno segnato la via per tutta l'esistenza. Così toccherà a Giovanni, che era andato alla festa convinto di fare da tappezzeria, fare conoscenza per primo con quella nuova creatura, perché gli altri si lasciano attrarre dalla merce esposta, dall'intento dichiarato, mentre a Giovanni resterà da sognare per mesi, di quella ragazza che pareva ingenua ed invece era una bomba, capace di cercare e rubare il piacere per sé e per lui, di andarlo a scovare dove lui mai avrebbe immaginato potesse nascondersi. E avendo Giovanni vissuto con lei  la notte spartiacque tra due esistenze pensava di vedere in Bellie il prodotto di fattori semplici, una di quelle operazioni che le maestre elementari mettono sulle lavagne dei ragazzini di quarta e non di trovarsi a risolvere il teorema di Fourier. Così continuò a cercarla quando la sua fama di assatanata del sesso si sparse prima per tutta la facoltà di veterinaria, poi per l'intera università di Pavia, poi, quando ormai fuori dalla stanza di Bellie sostavano personaggi improponibili di ogni sesso, quando attraversata la fase gioiosa da Boccadirose, Bellie aveva preso a bere e farsi di coca per stare dietro alle situazioni sempre più abbiette in cui si andava cacciando, anche allora Giovanni era lì con la sua sindrome da crocerossino a raccoglierne i cocci, a darle il tempo ed il modo di leccarsi le ferite. Ma le storie così non hanno un lieto fine, le storie così si usurano ed usurano, i salvatori attendono sempre un attimo di troppo il momento della redenzione. Così i sei mesi dell'Erasmus terminarono, ma Bellie non tornò più alla sua vecchia vita ordinata lassù al nord e Giovanni smise di aspettare e noi non sappiamo davvero raccontarvelo il finale della sua storia.

lunedì 2 giugno 2014

malgrado le mine

Quella mattina squillò il telefono.
Michi, vieni, io non ce la faccio più, ho finito le lacrime.
E io arrivai, come tutte le altre volte.

Ma quella volta, fu diverso.
Non ti trovai con la sigaretta in bocca.
Non ti trovai con una rivista in mano.
Non rimasi ad aspettare al citofono perchè l'asciugacapelli faceva rumore.

Quella volta non ebbi bisogno di farmi quattro piani per vederti.
Quella volta tu eri già giù.
Quella volta non mi avevi aspettato.
Quella volta sentii urla che reclamavano medici e ambulanze, da prima di girare l'angolo.
Quella volta mi misi a correre.
Quella volta avevi un mucchio di gente intorno, che così tanta non ne avresti avuta in altro modo.

Troppi sono quattro piani, troppe le lacrime che avevi pianto, troppo quello che ti era stato chiesto.
Pochi erano quattordici anni, poche le anime che ti stavano accanto, poco l'amore che ti era stato restituito.
Pochi i minuti che mi parvero ore in quell'ambulanza, che ci mise comunque troppo.

Quindici anni, ad oggi.
E ancora mi chiedo, se quella mattina, non ci abbia messo troppo ad arrivare.

Con una bic profumata
da attrice bruciata
la guerra è finita
scrisse così.



venerdì 9 maggio 2014

Rumore di asfalto

Sono giorni in cui le parole fanno fatica ad arrivare, granelli di sabbia troppo grossi con un collo della clessidra troppo stretto.
Restano impigliate lì, prima che riescano a formarsi, forse per questo che scatto molte foto, perché il bisogno di comunicare c'è, manca solo la voce.

Bisogno di comunicare contro bisogno di silenzio.

Così guido, e mi lascio portare dalla strada nei posti che mi chiamano.
La finisco a piangere davanti a tombe di sconosciuti in cimiteri mai pensati, a ridere davanti a delle mucche inaspettate, a giocare a soffiare a delle pale eoliche per vedere se riesco a farle girare più forte, a respirare l'odore delle saline e abituarsi, affinché non sia sgradevole.

Bisogno di lasciarmi meravigliare dal mondo.

In silenzio, a volte (a volte) senza nemmeno una playlist a palla.
Solo il rumore delle ruote sull'asfalto, del vento che un po' mi accarezza e un po' mi prende a schiaffi, del mio respiro. In ed es, come dice la mia trainer di pilates, ogni volta un po' più profondo.

Bisogno di tornare a casa.

E di rompere quel silenzio, solo per le cose davvero importanti.
Per le risate, per i salti, per ansimare, per te che mi dici che mi ami.

E poi mi squilla di nuovo il telefono, e quello basta a rovinare tutto per un po', per avere di nuovo bisogno di silenzio, di solitudine, di asfalto.
E così altre foto, che almeno loro, non hanno bisogno di parole.



mercoledì 30 aprile 2014

Messaggi funamboli

Oggi mi sono incantata a guardare i fili del tram. Non è il primo giorno, in realtà, ho iniziato alcuni giorni fa a Milano.

Mi sono chiesta se non ci sia un modo di usarli per mandare messaggi.
Che se due persone guardano i fili nello stesso momento, pensandosi, il messaggio non arrivi da una all'altra.

Niente di complesso. Non lettere d'amore, nessuna promessa per il futuro, nessun resoconto degli ultimi mesi, niente ricordati di comprare il latte.

Solo uno squillo. Drin.
Come si faceva prima di whatsapp, degli smartphone, di bb messenger.
Drin.
Che poi ognuno poteva dargli il significato che voleva, ma più o meno, andava dal ti penso al richiamami.

Ecco. Io spero che il mio tramsquillo sia arrivato a tutti.  E che ognuno dei destinatari abbia capito cosa avrei voluto dire e non potevo dire altrimenti.

domenica 27 aprile 2014

Un romantico a Milano

Succede avere bisogno di una pausa. E di doverla fare in un posto particolare.

Succede che quel posto è quello che più ha segnato il carattere e il fisico di me e te. E che forse è arrivato il momento di portarci la cucciolata.

Succede partire con mille valigie e tornare con milleuna.
Succede avere la compagnia giusta, quella che conta davvero nella vita.
Succede incontrate un po' di presente, un po' di passato. Succede star bene, con quel presente e con quel passato.

Succede la soddisfazione di capire di aver azzeccato la compagnia giusta, quella della vita, quella del presente e quella del passato.

Succedono i pinguini, di nuovo e ancora, che il mio amore per loro è innegabile e incomprensibile.
Succede il duomo, che quando lo guardi ti senti a casa.
Succede quel palco diadainconsupertrafra ti sei logorata, che non merita più di uno sguardo distratto prima di pranzo.
Succede un parco, con le giostre, le risate, e un passato che parla con il presente.
Succede anche trovarci un che di normale.
Succede mangiare bene, davvero bene, ma anche male, davvero male (eh ma il bene vince molto).
Succede comprare la targa di un bordello sotto alla pioggia.
Succede guardarsi, e ridere, e amarsi, e sognare, e non voler tornare e piangere.

Succede rivalutare il concetto di ur.gen.za, per quello che significava 6 anni fa, per quello che significa ora.
Succedono domande, nel cuore della notte e in pieno giorno.

Succede un tempo che in quella città li manco è previsto un sole così. E poi succede anche la pioggia, che a noi piace pure quella.

Poi succede rompersi un ginocchio tornando a casa, perché in fondo l'aveva detto pure lui che non voleva tornare.


Cara
scriverà sulle tovaglie dei Navigli
quanta gioia, quanti giorni, quanti sbagli
quanto freddo nei polmoni
che dolore
non è niente non è niente
lascia stare
se la Madonnina muore nasce un fiore.

mercoledì 16 aprile 2014

Sgomitando gomitoli.




Non devo mai più far passare tanti giorni senza scrivere. Perchè in ogni doccia, in ogni guida in macchina, in ogni tentativo di prendere sonno, si accumulano idee.
E poi finisce che non so più quali devo scrivere e quali no.
E come devo scrivere quelle che avrei voluto scrivere.
E perchè non dovrei scrivere quelle che avevo pensato non fosse una buona idea scrivere.

E più passa il tempo, più viene difficile scremare le idee no, e dare forma alle idee si.

E così, l'unica strada, ora, è dare vita a un post che agli occhi degli altri sembrerà solo un gomitolo informe di pensieri non plasmati.
Si accettano volontari per sferruzzare un maglione di me.

-Ho premuto involontariamente il tasto pausa, e mi sono resa conto che avevo bisogno di silenzio, e così sono rimasta seduta sul telecomando, convinta di poter riprendere quel film in un secondo momento. Ma quella pausa è durata troppo, e quando ho ripreso non ricordavo più dove ero rimasta. E non era un film, era la mia vita, il mio corpo, il mio cervello, i miei sentimenti, i miei amici, le mie passioni. E diosanto quanta fatica riprendere il filo.

-Winston Churchill chiamò la sua depressione Cane Nero. Perchè dare un nome alle cose, spesso aiuta a dar loro una giusta dimensione. Come chiamare Marla un tumore, credo sia più o meno la stessa cosa. Il mio dolore si chiama Giuda, e ha il sapore di un bacio sulle labbra su un marciapiede all'angolo di un parcheggio, che sembrava così affettuoso, e invece era una mera pisciatina di un cane incontinente.

-C'era una guerra silenziosa tra me e il professore che più amai all'università. Ognuno di noi due amava il cervello dell'altro e non lo poteva ammettere. Linguistica italiana 1 e 2, i due esami più belli di sempre. La finii a lasciar cadere un anello sotto alla scrivania del suo studio, in quello che doveva essere il nostro ultimo incontro ufficiale, per il solo gusto di immaginarmelo inginocchiato a cercarlo, dopo la mia email quella sera. Lasciò il mio anello in segreteria. Finimmo così con un pareggio che andò bene a entrambi.

-La pagliuzza e la trave ai tempi del web. I miei fiori sono patetici, il tuo carrello è una figata, ok.

-La primavera era una stagione che odiavo, prima che mi venisse comandato di trovare il bello del mondo. Shorts e calze leggere sono l'accoppiata vincente, ditemi che l'estate non arriverà mai. E che io avrò la forza di rimanere donna per sempre.

-Molti bagagli molto onore, partenze di famiglia.

-Tanto bello è il bianco e nero in un mondo a colori, quanto poco lo è per il disegno che volevo io. Fanculo alle mie allergie ai coloranti.

-Le frasi brevi che ti cambiano la vita. Scusa. Ti amo. Perdonami. Sono felice.

E poi c'era altro. Ma ecco, forse questo è fin troppo.

martedì 8 aprile 2014

Farfalle

"Lo senti?", poggiando il palmo sulla pancia.
"Che cosa?"
"Le farfalle, nel mio stomaco".

E così abbiamo fatto tardi anche stamattina. Che ci vuole cosi poco, in fondo, per essere felici.

venerdì 4 aprile 2014

Ho conosciuto una persona

Ho conosciuto una ragazza che si mangiava le unghie dei piedi.
Ho conosciuto un uomo che scaricava porno da conservare in caso di guerra.
Ho conosciuto una donna che ha avuto il coraggio di andarsene.
Ho conosciuto una donna che ha avuto il coraggio di restare.

Ho conosciuto una bambina che si tolse la vita dopo avermi detto "Michi ho finito le lacrime, ho paura".
Ho cosciuto un uomo che ha inscenato un funerale per una scopata in più.
Ho conosciuto una persona che mangiando il gelato si sporcava anche la schiena.
Ho conosciuto chi per sei volte ha detto "questo giuro che è l'ultimo".
Ho conosciuto una ragazza che mangiava pop corn mentre guardava film porno.

Ho conosciuto un uomo che mi mandava ogni mattina una foto della sua scopata della sera prima, e non ho mai capito se lo facesse per me o per se.
Ho conosciuto un ragazzo ha rinunciato a scopare un gran bel pezzo di gnocca perché lui era meglio di così (ed era vero).
Ho conosciuto un uomo che ha dovuto scopare un mostro per salvarsi.

Ho conosciuto una ragazzina che ha affogato nel cibo il vuoto dell'infanzia.
Ho conosciuto un uomo che ha voluto la foto della moglie morta.
Ho conosciuto una donna che ha saputo fare un plastico con le lacrime usate come una colla.
Ho conosciuto un bambino che mi ha detto "vorrei cancellare tutto".
Ho conosciuto chi ha avuto paura di me.

Ho conosciuto una ragazza che si levava i baffi dormendo con il nastro adesivo.
Ho conosciuto una donna che ha conservato i soldi per il funerale.
Ho conosciuto un uomo che ha pianto mesi, per riuscire a scrivere una lettera.
Ho conosciuto chi comprava vestiti che aveva già comprato, senza aver mai levato le etichette.

Malgrado tutto, amo o ho amato ognuna di queste persone, perchè sono quelle che mi hanno lasciato qualcosa dentro.
Me inclusa.

martedì 1 aprile 2014

Blog pubblico

"Sai, ho deciso di rimettere pubblico il blog"
"È cambiato qualcosa?" "Si, sono cambiata io"
"E non hai paura che..." "No, non ho paura"
"Speravo di sentirlo dire"

E così, detto fatto, dopo un mese e mezzo di luci spente, torno visibile.
La data non è casuale, prendetemi pure come un pesce d'aprile.

Chi vuole leggere, legga.
Nessuno effetto speciale, nessun cambio di rotta, ancora una volta sempre e solo io.

Chi non gradisce, avrà sicuramente altri luoghi in cui passare il tempo.
So long, and thanks for all the fish.



venerdì 28 marzo 2014

Rubare vita alla vita

La vita tira a volte dei colpi bassi, molto bassi.
Colpi per i quali non puoi non piegarti.
Ma fa spesso anche dei regali.

Ad esempio, un amico può darti una serie di passi da seguire per tornare dritta.

"tipo i 12 passi degli alcolisti anonimi?"
"si, tipo"
"quindi tu sarai il mio sponsor?"
"no, sarò un tuo amico, che è molto meglio"
"e la medaglietta me la darai lo stesso?"
"semmai posso offrirti un gelato."

E così, come un cagnolino affamato davanti a delle salsicce, ho ceduto per la promessa di zuccheri.

Mi sono trovata a cambiare la mia vita.
A cambiare dei gesti, delle abitudini, dei percorsi, degli orari.
Tante piccole cose.
Cose che non ci si crede quanti frutti possano dare, giorno dopo giorno.

Riscoprire che per la felicità c'è sempre tempo.
E che quel tempo è adesso.

A costo di fare tardi a lavoro per aver tirato il freno a mano ed essersi fermati a guardare un mandorlo in fiore.
A costo di avere il frigo vuoto per aver passato la mattina a fare l'amore invece che fare la spesa.
A costo di mangiare più tardi, e mangiare schifezze, perchè quel film era quel film.

Scoprire che quella felicità è fatta anche dal prendersi cura di se stessi, e non solo degli altri.
Che è fatta del saper ignorare le scalfiture che ci hanno fatto, o meglio ancora, del saperle valorizzare. (Coz I'm better than that - cit.)
Che è fatta di dettagli che non vanno più trascurati.
Dettagli che si costruiscono in cinque minuti la mattina davanti allo specchio, in un quarto d'ora a scrivere delle emozioni, in un'ora in palestra, in una sera al cinema, in una settimana in vacanza.


Rubare vita alla vita.
Rubare sorrisi alle lacrime.
Rubare tempo alla morte.


E guarire. Svegliarsi ogni mattina un po' più dritti, un po' più leggeri, un po' più a testa alta.
Un po' più io. (femmina, naturalmente.)


Going home, without my sorrow
going home, sometime tomorrow
going home, to where it's better
than before

Going home, without my burden
going home, behind the curtain
going home, without the costume
that I wore

L. Cohen, Going home





giovedì 27 marzo 2014

Maschere e catene


Ogni uomo è meno se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera e vi dirà la verità.
Oscar Wilde

Negli ultimi giorni sono stata via, persa e concentrata per elencare ogni mia maschera. È stato un lavoro lungo e difficile. Riconoscerle, contarle, capirle.
Ognuna di quelle maschere rappresenta una catena, la maggior parte delle quali non ho scelto. 

Molto spesso mi sono stati cuciti addosso dei ruoli, che ho semplicemente portato avanti per pigrizia.
Alcune di queste catene autoinflitte pare fossero biodegradabili, e sono andate a perdersi col tempo, senza dolore.
Altre invece sono state difficili e dolorose da sciogliere e porto ancora i loro segni ai polsi, alle caviglie, al cuore.
Ne restano un paio.
Una che dipende da me. L'altra no.

Stay tuned, qualche giorno al crollo.

*

In bilico.
Una primavera che si preannunciava calda e che invece ha deciso di aspettare.
Per darmi la possibilità di vivere quell'autunno che mi sono persa.
Ci sarà tempo per spogliarsi, qualche lezione di pilates ancora.
E poi smetto, giuro.


(Foto: Mustafa Sabbagh)

martedì 18 marzo 2014

Ora, noi.

Oggi è successa una cosa.
Per la prima volta ho raccontato la mia storia a una persona neutra. Una persona che non conosce né me né le altre persone coinvolte.
Ho sempre pensato potesse essere d'aiuto, ma avevo il terrore di sentirmi profondamente un'idiota totale, per gli errori commessi, per le scelte fatte e per l'assurdità della situazione.

E invece.
E invece non solo non mi sono sentita un'idiota totale, ma anzi mi sono sentita fiera del punto in cui sono arrivata. Ho sicuramente sbagliato strada, scegliendo quella più angusta e meno divertente. Eppure sono qui, sono esattamente dove volevo essere. Sono dove è giusto che sia. Sono con la compagnia che ho cercato e per cui ho lottato.

L'amore è fatto di errori, di lacrime, di sudore. È fatto così perché tu lo possa riconoscere tra tutti gli altri sentimenti.

E io, noi, ora, lo sappiamo davvero.

Pazienza il resto del mondo, i giudizi, il passato e il futuro.
Ci siamo noi, e ci siamo adesso. E di questo non posso che esserne fiera.

domenica 16 marzo 2014

True detective


I know who I am. And after all these years, there's a victory in that.
Rust Cohle, True detective

Grazie.
Non è la serie più bella che abbia visto (anche se merita il podio), ma sono certa sia quella che più mi ha dato.
Potermi immedesimare con quattro personaggi diversi mi è costato molto. Ma ne è sicuramente valsa la pena.


mercoledì 12 marzo 2014

Riarredare

C'è un amore che non muore mai
più lontano degli dei
a saperverlo spiegare che filosofo sarei

noi ci siamo amati
violentati
deturpati
torturati
maltrattati
malmenati
scritti lettere lo sai.

non ci siamo amati
divertiti
pervertiti
dimenati
spaventati
rovinati
licenziati
lo saprai

noi ci siamo persi
ritrovati
poi bucati
c'è un amore che mi lacera la carne
ed ancora tu lo sai

noi ci siamo amati
violentati
deturpati
c'è un amore che mi brucia nelle vene
e che non si spegne mai

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Ecco, questo è quanto.
E forse questo grigio, questi mostri, queste lacrime, questi scheletri, hanno trovato il loro spazio.

C'è quell'angolo in soggiorno accanto ai fiori, dove i mostri possono trovare il loro habitat. E potremmo fare un muro grigio accanto a quello arancione. E un fantasma, con le catene cigolanti, starebbe perfetto vicino al letto. E con le lacrime ci annaffiamo il limone.

Alla faccia di chi ha sperato nel male, in compagnia di chi ci è stato vicino.
Alla faccia nostra, anche. Alla faccia del periodo in cui avevamo smesso di crederci, appigliandoci a parole molto più grigie di noi.

noi ci siamo amati
violentati
deturpati
c'è un amore che mi brucia nelle vene
e che non si spegne mai.

venerdì 7 marzo 2014

Incastri e elefanti

Ho sempre avuto la passione per i puzzle, fin da piccolissima. E quella cosa degli incastri, non mi è mai passata.

Mi ricordo una delle primissime volte che uscivamo, tu che mi chiesi posso infilarti un dito nel naso? E io, risposi si senza trovarci nulla di strano.
Tutto sembra sempre della dimensione giusta per l'incastro perfetto. Il mio orecchio dentro la tua bocca, il tuo alluce nel mio ombelico, la mia clavicola sporgente tra le tue labbra, le tue dita tra le mie dita.

E poi ci sono le anime che si incastrano. Quando al buio mi fai la faccia da scimmietta e io non ti vedo ma lo percepisco, e la faccio anche io, e tu non mi vedi ma lo percepisci e scoppiamo a ridere.
E ci incastriamo, sempre un po' di più, anzi ci incRastriamo. Con quella R in più che ci fa da cemento.

*

Volevo citare lei, Amanda.
"...mi fondo in lui e ancora, a volte, mi confonde, l'ho anche messo fuori dalla finestra per un po', ma poi è tornato, come la cometa, mi ha plasmata, l'ho plasmato, mi ha ammaccata l'ho stropicciato, ma ha una memoria da elefante e torna, un passo alla volta, per mano, osservando il mondo"

Ecco, io credo che noi, in fondo, avessimo bisogno di ammaccarci e stropicciarci, perché ora, possiamo dire entrambi di incRastrarci ancora meglio.

E la verità è che l'amore va così, a lungo, come la memoria degli elefanti.
Se finisce è perché non era amore, se va avanti è perché l'incastro c'è. Non esistono ricatti, giochi o se e ma che funzionino.

Solo due anime che si incastrano, e che trovano il modo di continuare a incastrarsi malgrado le ammaccature.

lunedì 3 marzo 2014

disclaimer

Scriverò una cosa che sembrerà molto scontata.
(e che probabilmente sembrerà anche parecchio acida)

Questo blog è MIO.

Mio, perchè sono io che lo gestisco.
Mio, perchè sono io che lo scrivo.
Mio, perchè oltre ad essere l'autrice di ogni singolo post, sono anche la lettrice numerouno.
Mio, perchè ciò che scrivo, è qui per me, principalmente.

E non fraintendetemi. Vi adoro.
Bellissimo è sapervi qui a leggere, bellissimo è quando commentate, bellissimo quando chi mi conosce sa di che parlo, o quando chi non mi conosce prova a immaginare, bellissimo è quando mi seguite, bellissimo anche quando lo fate anonimamente perchè non potete far sapere di essere qui.
Ma il blog sta qui per me.
Come ho scritto una volta, scrivere mi aiuta a tirare fuori pensieri pesanti e ad alleggerire un cervello carico.

Quindi, qui dentro, chi legge, ci troverà me.
Un giorno magari inserirò un libro, un film, una ricetta, una citazione.
Ma di base, saranno sempre e solo i miei problemi, le mie gioie, i miei pensieri, le mie soddisfazioni.
La MIA VITA, insomma.

Ecco, sembrava scontato, lo so. Chiunque frequenti dei blog lo sa.
Eppure magari non lo è per tutti, dato certe cose che mi sono trovata a dover leggere.

Quindi si, è tutto "io, io, io, io, io, io...": chi non ama ciò che scrivo può tranquillamente smettere di passare a fare le pisciatine lungo i muri che frequento.

Con amore,
IO

domenica 2 marzo 2014

Accuse vintage

Poi un giorno ti rendi conto che le accuse che ti vengono rivolte riguardano la tua vita da sedicenne.
E importa davvero poco che non siano nemmeno vere, sarebbero comunque cadute in prescrizione anche a livello penale, figuriamoci morale.
Significa solo che chi ti accusa è ben oltre la frutta.
E che tu, tutto sommato non hai fatto grossi sbagli nella vita. Oppure che hai sbagliato proprio tutto.

giovedì 27 febbraio 2014

Quelle giornate

Quelle giornate fatte di noi.
Quelle giornate fatte di risate.
Quelle giornate che iniziano e finiscono con la tua testa in mezzo alle mie gambe. 
Quelle giornate fatte di coccole, di fare l'amore e di mettersi le dita nel naso a vicenda.

Quelle giornate fatte di tutte le belle cose che avevamo trascurato.
Quelle giornate fatte di ciò che c'è sempre piaciuto,  ma anche di ciò che è sempre piaciuto a te o sempre piaciuto a me, e che ora è bello fare insieme.

Quelle giornate in cui scopriamo nuove cose che amiamo, cose che non c'erano mai piaciute ma che facendole insieme sono diventate belle.
Quelle giornate fatte di sole, di mare, di giochi, di film, di passeggiate, di mangiare fuori, di amici, di famiglia, di divano e di vestirci in maschera.

Quelle giornate in cui io sono io, forse un po' grigia, e tu sei tu, forse un po' grigio, ma noi, noi ci piacciamo così.
Quelle giornate fatte di noi. Di nuovo.

Di nuovo felici, di nuovo insieme, di nuovo noi.

mercoledì 26 febbraio 2014

Dell'odio e di altri demoni.

Io non lo sapevo cosa fosse l'odio.
Non mi era mai successo di provarlo.

Credevo di si, e invece l'avevo confuso per rabbia, antipatia, schifo, ribrezzo, indifferenza.
Invece l'odio è tutte queste cose insieme e pure un qualcosa in più. Un ago dimenticato dalla sarta che ad ogni passo di infilza un po' più nella carne. Un dolore che non è liberatorio per niente, che ti ruba energie preziose ad altro. Un tarlo che ti consuma da dentro.

L'odio è una cosa che avrei voluto continuare a non conoscere.
E invece è lì.
Lì per chi ha provato a distruggere tutto, per chi ha provato a distruggere me senza mai ammetterlo, per chi non ha voluto chiedere scusa, per chi ha criticato me e poi è diventata peggio, per chi non ha mai avuto un senso di colpa, per chi non ha mai avuto rispetto verso nessuno, per chi non ha mai avuto scrupoli nel denigrare, per chi mi ha accusato di fare quello che in realtà era il suo gioco, per chi non aveva niente da perdere e come posta in gioco ha messo me.
Gente così, l'odio non lo merita nemmeno, perché di dolore mio e di altri ne ha avuto abbastanza.

Eppure è lì.
Ancora lì.

Ogni giorno un po' meno, forse.
Oppure ho trovato un modo per trarre forza da questo odio.
Chi se lo aspettava, proprio quando sembravo spacciata, che arrivasse l'arma di scorta?

"I count six shots, nigger."
"I count two guns, nigger."



Una risata, del sarcasmo sopito da poco più di un anno.
Una risata in compagnia, come era sempre stato, del sarcasmo in compagnia, come era giusto fosse di nuovo.
Per tutto, per niente.
Poco importa per cosa.

O forse almeno una si, perché io, non so voi, ma questa cosa la trovo estremamente divertente. Essere accusata di non avere personalità, di vivere di luce riflessa, da parte di chi ha copiato da altri perfino il modo di masturbarsi.
E da donna delle metafore, vi giuro che vorrei tanto aver inventato queste parole. E invece no, è la realtà.

venerdì 21 febbraio 2014

Luci e ombre.

Alcuni giorni fa commentavo una cosa in giro e ho scritto che le ombre ci sono solo dove c'è la luce.

C'è stata una notte lunghissima. Una notte di luna nuova. Di quelle buie che più buie non si può. Di quelle in cui non ci sono nemmeno i lupi a farti compagnia.
Di quelle da aver davvero paura, se hai paura del buio.
Io non ho paura del buio, nè del silenzio, e questo a volte è un male, perché non cerco di scapparne, mai, e lo vivo comunque con un sentimento tra l'indifferenza e la rassegnazione.

Ma nessuna notte è eterna, e poco prima dell'albeggiare il nero inizierà a rischiararsi. Ed è in quel momento che c'è da avere paura. Perché il mondo si popola di mostri irriconoscibili, semplici cespugli sembreranno rinoceronti a due teste.

Man mano, la luce illuminerà ogni cosa.
Sorgerà il sole, e non ci saranno più mostri, ma le ombre si faranno lunghe, ancora così legate alla notte che è appena andata via.

Finché il sole non sarà alto, splendidosplendente, e le ombre saranno corte, cortissime, ma nere, nerissime.
Perchè è la luce che genera l'ombra. E quanto più sarà forte il sole, quanto più sarà buia l'ombra.

Non è possibile godersi il sole negando l'ombra. Ci ho provato, lo ammetto, non ci sono riuscita.
Ma la luce è bella così, con quelle ombre che danno profondità agli sguardi, che danno tridimensionalità agli abbracci, che rendono la realtà diversa da un fumetto o da un film.
Basta accettarle, parlarne, a volte parlarci pure, per capire che non sono più che delle semplici ombre.
E tenersi forte la mano quando si ha paura. E baciarsi. E fare l'amore. E ridere. E far sì che quelle ombre non si stacchino mai dal pavimento, perché quello è il loro posto.

Dopo il sole tornerà sempre la notte, direte voi.
Lo so. Lo sappiamo.
(Non dite niente alla notte, ma abbiamo cercato un super faro, per la prossima notte buia, perché la notte torna sempre, ma mica è detto si debba stare al buio)

lunedì 17 febbraio 2014

blog privato




Io questa cosa del blog privato l'ho sempre trovata una... si può dire stronzata in televisione? Ecco, una stronzata.

Che uno, se non vuole far leggere ciò che scrive, si compra un diario segreto, se lo tiene sul comodino, gioca ad aprire il lucchetto con le forcine perchè tanto le chiavi vengono perse subito, e dentro ci può infilare cose divertenti e romantiche come un fazzoletto spruzzato di profumo o una foglia d'acero secca.
Non mi è mai interessato farmi promozione per avere migliaia di lettori, ma mi è sempre piaciuto pensare che le mie parole non fossero solo per me.
Sapere che altri possono leggere mi motiva a scrivere.
Con i diari segreti invece non sono mai durata più di 10 giorni.

Solo che poi è successo qualcosa.
Alcuni di voi lo sanno. Altri hanno capito, captato, intravisto.
Leggeva qualcuno di troppo, e questo può starci, se il blog è pubblico.
Commentava qualcuno di troppo, e pazienza.
Sono iniziati ad arrivare (non qui, altrove) riferimenti a ciò che scrivevo, e pazienza anche quello.
I riferimenti sono diventati pesanti, ma sono adulta e ho le spalle molto più larghe di quanto avessi pensato di avere.

Ma c'è sempre un limite di sopportazione. Un limite oltre il quale le frecciatine, le critiche, l'odio, non possono e non devono andare.
Quel limite può essere più in qua o più in là, a seconda delle persone. E ci sta anche che uno non sappia quanto in là si può andare.

Se vi chiedo qual è l'animale più pericoloso, cosa vi viene in mente?
Il leone, il rinoceronte, il boa, lo squalo, lo scorpione?
Io che sono cresciuta con Piero Angela, volendogli bene come a un nonno, ho imparato tante cose da lui.
Una di queste, è che l'animale più pericoloso non è mai il maschio. E' sempre la femmina, quando deve proteggere la cucciolata.

Ecco, io non so quale fosse esattamente il mio limite, ma di certo i miei figli erano oltre.
Posso accettare critiche e attacchi come donna, come femmina, come amica.
Posso sopportare con pazienza accuse ingiuste, se sono con la coscienza pulita.
Ma quando le mie parole di madre dell'ultimo post vengono usate come appiglio per ferire i miei figli, a quel punto sono costretta a mordere.

Le cattiverie andranno oltre, perchè chi le fa non ha interesse nel fermarsi ora, ma quello che voglio è che chi le fa, si prenda la responsabilità di farle da sola.

Un giorno tutto questo finirà.
E il blog tornerà pubblico, come è giusto che sia.

Grazie a tutti della pazienza.

domenica 16 febbraio 2014

Dell'essere mamma, dell'essere donna.

Sono passati poco più di due anni, da quando è successo per la prima volta il mio diventare madre.
Io, che madre lo ero dentro da sempre, a detta di chi mi conosceva bene.
Io, che ho sempre amato i bambini, ma che li ho sempre temuti, perchè i bambini sono come i gatti, il loro affetto non si compra, deve venire da dentro e deve essere meritato.
Io, che questa cosa sul volere dei figli l'ho detta ad ogni primo appuntamento, perchè tutto fosse chiaro fin dall'inizio.

Sono passati quasi tre anni da quel primo test di gravidanza. E io me lo ricordo perfettamente come se fosse accaduto ieri. Quella linetta sbiadita che non si vedeva, due occhi in lacrime perchè non c'era, l'abbraccio che diceva che sarebbe arrivata, il riguardarla dopo e dire maguardachesecondome, quattro occhi in lacrime perchè c'era, l'abbraccio più stretto del mondo, la gioia, le paure, le speranze, il sogno di entrambi che stava diventando realtà. Un due che diventa tre.

È difficile spiegare cosa succede a una donna quando diventa madre.
Succede che cambia tutto.
Succede che cambi tu.
Che tu, non sei più tu.
Che gli ormoni sono la peggiore delle droghe: in gravidanza ti mandano in pappa il cervello, dopo il parto ti mandano in pappa il cervello, durante l'allattamento ti mandano in pappa il cervello. Non c'è speranza insomma.

Succede che ogni giorno provi sentimenti enormi, e li provi tutti. Gioia, depressione, speranza, paura, felicità, orgoglio, disperazione, autostima, crollo. Tutto insieme.
Succede che capisci cosa è la stanchezza, che impari a dormire poco e male, a sopravvivere al sonno, ma a sentirti sopraffatta spesso.
Succede che scopri che la gente adulta non sa che non si toccano le mani di un neonato visto che se le mette in bocca.

Succede che tutti hanno consigli per te, e che ci metti tempo a imparare a non ascoltare chi sa tutto di figli senza averne avuto, chi sa tutto dell'allattamento al seno avendo però dato solo il latte formulato al proprio figlio, chi sa tutto della vita di una famiglia pur essendo sempre stato solo.
Succede che tutti hanno facili giudizi per te, e difficilmente sono giudizi buoni, perchè comunque fai, sbagli sempre.
Succede che sono tutti lì, con gli occhi fissi su di te, aspettando un passo falso.

Succede che i sentimenti si fanno senza senso, che magari piangi davanti a un telegiornale ma poi resti impassibile davanti alla sofferenza di chi ami.
Succede che vorresti proteggere tuo figlio, sempre, da tutto il brutto del mondo, finchè non ti rendi conto che non è possibile, e che l'unico modo sarebbe stato non metterlo al mondo.
Succede che metterlo al mondo però è stata l'esperienza più straordinaria che si potesse provare.
Succede che ti leva ogni forza, ma te le rende tutte, con gli interessi.
Succede che ci provi a spiegarlo, ma non è possibile.

Succede essere madre per vivere e vivere per essere madre.
Succede che quando succede questo ti dimentichi di te stessa.
Succede che lo capisci, ma che sai che quel figlio meraviglioso vale più di te, e che quindi ne vale la pena.
Succede che non c'è più tempo per te e per le cose che hai sempre fatto e amato fare.
Succede che quando ti sorride, non capisci più niente, e ti manda in pappa il cervello, si, ancora.
Succede che conosci un amore diverso, più forte di ogni altro sentimento che tu abbia mai conosciuto, perchè è un sentimento che va in un senso solo, e che non si aspetterà mai niente in cambio.

Succede che credi di non poter mai amare qualcuno come quel figlio, finchè non ne arriva un secondo.
Succede allora che capisci il significato della frase di nonna "l'amore non si divide mai, si moltiplica".
Succede che capisci perchè è la leonessa che caccia, e non il leone.
Succede che capisci perchè diventare madri non è una cosa da tutte, e che è giusto così.
Succede che devi essere pronta a perdere ogni cosa: il tuo corpo, la tua anima, il tuo cuore, il tuo cervello, le tue passioni, e non sarà facile un giorno lottare per riprendere ciò che è stato lasciato.

Succede che quei bambini sono valsi la pena di tutto.
Che sono il senso della parola senso.
Che di tutti gli errori che una persona può fare, quello non potrà mai essere considerato tale.
Che ciò che dai, non sarà mai abbastanza in confronto a ciò che ricevi.
Succede che per essere mamma perdi l'essere donna.
Ma che quando ritroverai l'essere donna, sarà più forte, e sarà per sempre. E che in quel momento diventerà più forte anche l'essere mamma.






sabato 15 febbraio 2014

The Monuments Men

Ieri ho visto The Monuments Men, ma siccome questo non è un blog di recensioni non parlerò del film. C'è stata però una frase, verso la fine del film, che ha iniziato a risuonarmi dentro per tutta la notte.

"Hitler voleva prendere quello che non poteva avere".

Ci sono volte in cui chi ha già rubato molto, vuole di più. E l'avidità non paga mai.
Puoi prendere la vita delle persone, puoi prenderne la salute, i denti d'oro, le fedi nuziali, puoi prenderne addirittura l'arte. Ma quello che sta dentro un popolo, la cultura, l'intelligenza, i sentimenti, quelli no.

Una persona una volta mi disse che non potevo forzare qualcuno. Che se amavo, dovevo lasciar andare.
L'ho fatto.
E l'ho fatto lealmente. Senza alcun imbroglio, senza alcun guinzaglio invisibile.
Mettere la parola fine al libro più bello della mia vita non era ciò che volevo, ma l'ho fatto comunque.
È stato il libro a scegliere di voler continuare la storia. A dare un titolo al sequel.

Ci sono persone che hanno bisogno di perdere tutto per capire cosa vogliono, e in fondo, forse è un bene così.
C'è chi ha bisogno che la pillola del giorno dopo sia stata ingoiata per capire che vuole un figlio, che ha bisogno di arrivare all'avvocato per capire quanto tiene a quel matrimonio che gli era sempre sembrato stretto.
Ma se c'è ancora tempo, non è mai troppo tardi.

C'è ancora tempo per correre, e ci sarà tempo per vincere.
Molti quadri sono stati rubati, ma non tutti sono perduti per sempre.

C'è una cosa che mi fa amaramente sorridere, ed è il desiderio di distruzione che si crea in guerra. Come se distruggere di più, portasse più vittoria.

Qualcuno ha provato a distruggere ciò che di buono avevo creato. Ha provato a distruggere ciò che ero. E non posso dire non ci stesse riuscendo. Ma è comodo credere all'intelligenza delle persone solo finchè quell'intelligenza viene usata in tuo favore.
All'ennesimo tentativo di distruzione, chi doveva ha aperto gli occhi. Ha cercato le prove, e le ha trovate.

Perchè puoi rubare l'arte, ma non la cultura, puoi rubare un corpo, ma non il cuore che lo fa vivere.

E chi voleva attaccare, con l'avidità di chi dice che quella sarà l'ultima e poi forse ci sarà l'ultimissima, non poteva sapere che questa volta le sue bugie sarebbero crollate tutte.

È un po' difficile convincere dei soldati a sparare a degli innocenti, ma si può fare. Ma se si arriva a dire che gli innocenti si sparano da soli, allora il soldato intelligente qualche dubbio se lo porrà. E osserverà, cercherà, si farà qualche conto. Su giorni, tempi e luoghi. Su quando, guarda a caso, lui stava guardando, e armi non ce n'erano, eppure lo sparo è arrivato. E non so chi sia stato, io il beneficio del dubbio ai tedeschi lo voglio lasciare. Ma se non stati i tedeschi, di certo non è stato un tentativo di suicidio.

Ecco, non mi dispiace sanguinare ancora un po', se questo è servito a chi di dovere a capire. A rileggere, a confrontare, a chiedere a degli arbitri imparziali.

La ferità non è letale, dice il medico. Farà male, brucerà a lungo, la riabilitazione sarà lunga, e non tornerà come prima. Ma potrà andare bene di nuovo.
Abbiamo perso un Raffaello, e quello è perso per sempre, per noi, come per chi ha preferito distruggerlo pur di non farlo riavere al proprietario.
Ma abbiamo la Madonna col bambino di Michelangelo. Quella è salva, non importa la vita che è costata.
Con tutta la distruzione che c'è stata, non si può parlare di vittoria, ma è comunque qualcosa, un buon inizio per andare avanti.

Questo è l'ultimo post che parla di distruzione, di danni, di feriti.
La guerra è finita.
Che i tedeschi si occupino dei loro crauti, che di più mi sa che al momento non hanno. Sarei felice se smettessero per un po' di guardare a casa degli americani, ma non posso pretenderlo.

Io ho un mondo di opere da ricollocare, e musei e chiese da ricostruire, e non sono sola.

giovedì 13 febbraio 2014

San Valentino e panna montata



Mi ritengo una persona fortunata. Ho amato, molto, e sono stata amata, molto.
Vengo da una famiglia incredibile, ne ho costruito a mia volta una bellissima e ho degli amici sinceri su cui so di poter contare.
Ci sono stati, ci sono, ci saranno, problemi in ognuno di questi tre mondi, ma la vita finora mi ha insegnato che i problemi passano mentre l'amore resta.
Questa prima parte del mio post è un ringraziamento per loro, che mi hanno insegnato che il mondo è pieno di colori vivaci.
Siete la panna montata sulla cioccolata calda della mia vita.

La seconda parte del mio post è per tre persone (quattro): un ex fidanzato, un'anziana coppia di amici, una sedicente amica.
Persone con cui ho condiviso dei momenti belli, a volte bellissimi, ma di cui non riesco a tenere un buon ricordo a causa di promesse mai richieste e non mantenute. Sarebbe bastato non promettere un "per sempre" e queste persone sarebbero ora annoverate con altre che ora si, non sono piu nella mia vita, ma che riesco a ricordare comunque con un sorriso.
Grazie anche a loro, che mi hanno insegnato il lato grigio di un mondo a colori.
Siete la panna montata sulla mia bistecca alla fiorentina, fortuna che vi siete autoeliminati prima di comprometterla.

La terza parte del post è dedicata a voi che leggete. Alcuni di voi appartengono alle due categorie menzionate sopra, altri sono dei regali che la vita mi ha fatto inaspettatamente.
Grazie a voi, che siete il senso del mio scrivere, e il mio scrivere mi è servito ad alleggerire una mente a volte troppo carica di grigio, per permettere ai colori di entrare.
Siete la panna montata, pura, da prendere due cucchiaini per volta nei picchi di ipoglicemia affettiva, mai solo per gola.

Non mai trovato un grande significato nella festa di San Valentino, ma se il significato non sta nella festa quanto invece nelle persone, allora varrà comunque la pena festeggiare.
Buon San Valentino a tutti!

lunedì 10 febbraio 2014

Senso, baci, aghi (ma i baci sono la parte importante, non gli aghi)

Alcuni giorni fa ho letto una cosa, scritta da Patalice, sul senso che cerchiamo nelle cose:

"Noi cerchiamo un senso, un perchè alla vita e alle cose, e tendiamo a farlo con lo sguardo rivolto al passato. Ma se il senso invece fosse nel futuro?"

Questa frase qui, mi ha cambiato qualcosa dentro. Ha riscritto una parte di codice che continuava ad andare in errore.
Ho passato troppo tempo a cercare di capire il senso di alcune cose, e l'ho fatto sempre e solo pensando a ciò che era accaduto, al perchè era accaduto, al come era accaduto.
E un senso, il passato, vi giuro che non ce l'ha.

"Ma se il senso invece fosse nel futuro?"

Così si ragiona.
Perchè tanto per incominciare c'è un futuro.
E questo, vi assicuro, non è da tutte.

E il futuro che si può intravedere, è estremamente più roseo di come qualcuno si augurava, e forse anche di come io stessa mi auguravo.
E il senso, quello arriverà, senza fretta.
Prima i baci, che di quelli, invece, c'è fretta.

*

Verrà il giorno in cui forse la mia storia riuscirò a raccontarla serenamente.
Forse arriverà un giorno in cui le ferite saranno chiuse, il pericolo sarà scampato, gli organi avranno ripreso funzionalità e se possibile sarò anche scampata al rischio di rigetto per gli organi nuovi che chi mi è accanto ha deciso di donarmi.
Ecco, se e quando quel giorno arriverà, racconterò la mia storia per bene, forse ci scriverò un libro. Rigorosamente di fantascienza, così non mi direte che è una storia assurda.

Nel frattempo però, sono riuscita a raccontarla come una storia. L'ho raccontata a La Strega Bianca nei commenti dell'ultimo post.
Copio e incollo tale e quale.


Ora ti racconto una storia. La storia di una donna che un giorno incontra casualmente una persona. Tra questi due nasce un'amicizia leggera, finchè per caso non si scopre che la persona conosciuta pratica l'agopuntura. 
La donna non aveva mai creduto tanto nell'agopuntura, nonostante ne fosse sempre stata curiosa. Però, nell'aver conosciuto questa persona, con la quale si sentiva molto in sintonia, decise di provare per risolvere dei dolori che si trascinava da tempo. 
Iniziarono le sedute, e arrivarono subito dei benefici, oltre a un notevole rafforzarsi del legame che univa queste due persone.
Col passare del tempo però, gli aghi iniziavano a sentirsi, quella mano delicata era diventata più pesante, a volte quasi cattiva. 
La donna si sentiva strana nel continuare ad andare alle sedute, ma venne convinta che era tutto frutto della sua immaginazione, che gli aghi erano gli stessi di sempre, che la mano era la stessa di sempre, il metodo lo stesso di sempre. Forse, addirittura, se una qualche colpa c'era, era della donna, che aveva cambiato atteggiamento nei confronti del suo terapeuta. L'agopuntore le disse quella frase "se c'è da scusarmi mi scuso, se c'è da chiarire chiariamo", e la donna chiese allora scusa per aver dubitato di lui. 
Alla fine di quella stessa giornata, la donna si guardò la schiena allo specchio. Non c'erano più quei sottilissimi aghi delle prime volte. C'erano 12 pugnali belli grossi, in corrispondenza di organi vitali, che non potevano essere lasciati, e non potevano essere tenuti. 
Questo è ciò che è accaduto. 
Inutile dire che l'agopuntore sparì. Inutile dire che non chiese mai scusa. 
Inutile dire che per provare a salvare la propria reputazione provò ancora una volta a far passare la donna per pazza, provando a destabilizzarla anonimamente per giorni. 
Inutile dire che l'agopuntore in realtà era un'agopuntrice. Perchè una donna cattiva sa essere terribilmente più violenta di un uomo cattivo.