venerdì 24 gennaio 2014

Tumori e cupcake


Un'altra notte passata a rigirarti in un letto mezzo vuoto che non è il tuo, perchè il tuo non esiste più.
Un'altra notte sveglia, passata a chiederti se sarà così per sempre.
Un'altra notte passata a catalogare la gente in vincitori e vinti.

Un'altra notte passata a fiutare la morte. A fiutarti a vicenda con la morte. A chiedere quanto sia vicina.

(attenzione, la parte a seguire è una metafora, per la quale ho usato un argomento che purtroppo conosco bene, ma niente di più. Non insultatemi in mail)

La scoperta di un tumore ti porta inesorabilmente a fare i conti con la morte. A desiderarla, a temerla, ad aspettarla. A capire che il tumore vincerà sempre e comunque.
Puoi curarti, e la debolezza che porterà la terapia sarà una vittoria del tumore.
Puoi arrenderti, e far vincere il tumore.
Puoi suicidarti, e avrà comunque vinto lui.

Esiste un solo modo di vincere (I, questo è per te, grazie), ed è fottersene.  Lasciar perdere il discorso sulla morte e decidere di voler comunque imparare qualcosa.

Imparare chi sono gli amici. Imparare quanto schifosa sa essere la gente dedita allo sciacallaggio. Imparare a riconoscere il bacio di Giuda, di chi mostra affetto solo mentre inizia a prendere la tua eredità.
Imparare quanto avresti potuto imparare dagli errori, se solo rimanesse poi ancora abbastanza vita per mettere in pratica quegli insegnamenti.
Imparare che in fondo, nessuna delle persone che avevano la tua fiducia la meritavano, dato che mai, nessuno, si era premurato di farti notare dell'enorme tumore che avevi sulla schiena e che solo tu non vedevi.
Imparare quanto veleno può esserci in un cupcake portato col sorriso.

Così tanto da imparare, da stare sveglia ancora e ancora.
Con la magra, magrissima consolazione, che ci sono altri letti mezzo vuoti, in cui non si chiude occhio.

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