giovedì 27 febbraio 2014

Quelle giornate

Quelle giornate fatte di noi.
Quelle giornate fatte di risate.
Quelle giornate che iniziano e finiscono con la tua testa in mezzo alle mie gambe. 
Quelle giornate fatte di coccole, di fare l'amore e di mettersi le dita nel naso a vicenda.

Quelle giornate fatte di tutte le belle cose che avevamo trascurato.
Quelle giornate fatte di ciò che c'è sempre piaciuto,  ma anche di ciò che è sempre piaciuto a te o sempre piaciuto a me, e che ora è bello fare insieme.

Quelle giornate in cui scopriamo nuove cose che amiamo, cose che non c'erano mai piaciute ma che facendole insieme sono diventate belle.
Quelle giornate fatte di sole, di mare, di giochi, di film, di passeggiate, di mangiare fuori, di amici, di famiglia, di divano e di vestirci in maschera.

Quelle giornate in cui io sono io, forse un po' grigia, e tu sei tu, forse un po' grigio, ma noi, noi ci piacciamo così.
Quelle giornate fatte di noi. Di nuovo.

Di nuovo felici, di nuovo insieme, di nuovo noi.

mercoledì 26 febbraio 2014

Dell'odio e di altri demoni.

Io non lo sapevo cosa fosse l'odio.
Non mi era mai successo di provarlo.

Credevo di si, e invece l'avevo confuso per rabbia, antipatia, schifo, ribrezzo, indifferenza.
Invece l'odio è tutte queste cose insieme e pure un qualcosa in più. Un ago dimenticato dalla sarta che ad ogni passo di infilza un po' più nella carne. Un dolore che non è liberatorio per niente, che ti ruba energie preziose ad altro. Un tarlo che ti consuma da dentro.

L'odio è una cosa che avrei voluto continuare a non conoscere.
E invece è lì.
Lì per chi ha provato a distruggere tutto, per chi ha provato a distruggere me senza mai ammetterlo, per chi non ha voluto chiedere scusa, per chi ha criticato me e poi è diventata peggio, per chi non ha mai avuto un senso di colpa, per chi non ha mai avuto rispetto verso nessuno, per chi non ha mai avuto scrupoli nel denigrare, per chi mi ha accusato di fare quello che in realtà era il suo gioco, per chi non aveva niente da perdere e come posta in gioco ha messo me.
Gente così, l'odio non lo merita nemmeno, perché di dolore mio e di altri ne ha avuto abbastanza.

Eppure è lì.
Ancora lì.

Ogni giorno un po' meno, forse.
Oppure ho trovato un modo per trarre forza da questo odio.
Chi se lo aspettava, proprio quando sembravo spacciata, che arrivasse l'arma di scorta?

"I count six shots, nigger."
"I count two guns, nigger."



Una risata, del sarcasmo sopito da poco più di un anno.
Una risata in compagnia, come era sempre stato, del sarcasmo in compagnia, come era giusto fosse di nuovo.
Per tutto, per niente.
Poco importa per cosa.

O forse almeno una si, perché io, non so voi, ma questa cosa la trovo estremamente divertente. Essere accusata di non avere personalità, di vivere di luce riflessa, da parte di chi ha copiato da altri perfino il modo di masturbarsi.
E da donna delle metafore, vi giuro che vorrei tanto aver inventato queste parole. E invece no, è la realtà.

venerdì 21 febbraio 2014

Luci e ombre.

Alcuni giorni fa commentavo una cosa in giro e ho scritto che le ombre ci sono solo dove c'è la luce.

C'è stata una notte lunghissima. Una notte di luna nuova. Di quelle buie che più buie non si può. Di quelle in cui non ci sono nemmeno i lupi a farti compagnia.
Di quelle da aver davvero paura, se hai paura del buio.
Io non ho paura del buio, nè del silenzio, e questo a volte è un male, perché non cerco di scapparne, mai, e lo vivo comunque con un sentimento tra l'indifferenza e la rassegnazione.

Ma nessuna notte è eterna, e poco prima dell'albeggiare il nero inizierà a rischiararsi. Ed è in quel momento che c'è da avere paura. Perché il mondo si popola di mostri irriconoscibili, semplici cespugli sembreranno rinoceronti a due teste.

Man mano, la luce illuminerà ogni cosa.
Sorgerà il sole, e non ci saranno più mostri, ma le ombre si faranno lunghe, ancora così legate alla notte che è appena andata via.

Finché il sole non sarà alto, splendidosplendente, e le ombre saranno corte, cortissime, ma nere, nerissime.
Perchè è la luce che genera l'ombra. E quanto più sarà forte il sole, quanto più sarà buia l'ombra.

Non è possibile godersi il sole negando l'ombra. Ci ho provato, lo ammetto, non ci sono riuscita.
Ma la luce è bella così, con quelle ombre che danno profondità agli sguardi, che danno tridimensionalità agli abbracci, che rendono la realtà diversa da un fumetto o da un film.
Basta accettarle, parlarne, a volte parlarci pure, per capire che non sono più che delle semplici ombre.
E tenersi forte la mano quando si ha paura. E baciarsi. E fare l'amore. E ridere. E far sì che quelle ombre non si stacchino mai dal pavimento, perché quello è il loro posto.

Dopo il sole tornerà sempre la notte, direte voi.
Lo so. Lo sappiamo.
(Non dite niente alla notte, ma abbiamo cercato un super faro, per la prossima notte buia, perché la notte torna sempre, ma mica è detto si debba stare al buio)

lunedì 17 febbraio 2014

blog privato




Io questa cosa del blog privato l'ho sempre trovata una... si può dire stronzata in televisione? Ecco, una stronzata.

Che uno, se non vuole far leggere ciò che scrive, si compra un diario segreto, se lo tiene sul comodino, gioca ad aprire il lucchetto con le forcine perchè tanto le chiavi vengono perse subito, e dentro ci può infilare cose divertenti e romantiche come un fazzoletto spruzzato di profumo o una foglia d'acero secca.
Non mi è mai interessato farmi promozione per avere migliaia di lettori, ma mi è sempre piaciuto pensare che le mie parole non fossero solo per me.
Sapere che altri possono leggere mi motiva a scrivere.
Con i diari segreti invece non sono mai durata più di 10 giorni.

Solo che poi è successo qualcosa.
Alcuni di voi lo sanno. Altri hanno capito, captato, intravisto.
Leggeva qualcuno di troppo, e questo può starci, se il blog è pubblico.
Commentava qualcuno di troppo, e pazienza.
Sono iniziati ad arrivare (non qui, altrove) riferimenti a ciò che scrivevo, e pazienza anche quello.
I riferimenti sono diventati pesanti, ma sono adulta e ho le spalle molto più larghe di quanto avessi pensato di avere.

Ma c'è sempre un limite di sopportazione. Un limite oltre il quale le frecciatine, le critiche, l'odio, non possono e non devono andare.
Quel limite può essere più in qua o più in là, a seconda delle persone. E ci sta anche che uno non sappia quanto in là si può andare.

Se vi chiedo qual è l'animale più pericoloso, cosa vi viene in mente?
Il leone, il rinoceronte, il boa, lo squalo, lo scorpione?
Io che sono cresciuta con Piero Angela, volendogli bene come a un nonno, ho imparato tante cose da lui.
Una di queste, è che l'animale più pericoloso non è mai il maschio. E' sempre la femmina, quando deve proteggere la cucciolata.

Ecco, io non so quale fosse esattamente il mio limite, ma di certo i miei figli erano oltre.
Posso accettare critiche e attacchi come donna, come femmina, come amica.
Posso sopportare con pazienza accuse ingiuste, se sono con la coscienza pulita.
Ma quando le mie parole di madre dell'ultimo post vengono usate come appiglio per ferire i miei figli, a quel punto sono costretta a mordere.

Le cattiverie andranno oltre, perchè chi le fa non ha interesse nel fermarsi ora, ma quello che voglio è che chi le fa, si prenda la responsabilità di farle da sola.

Un giorno tutto questo finirà.
E il blog tornerà pubblico, come è giusto che sia.

Grazie a tutti della pazienza.

domenica 16 febbraio 2014

Dell'essere mamma, dell'essere donna.

Sono passati poco più di due anni, da quando è successo per la prima volta il mio diventare madre.
Io, che madre lo ero dentro da sempre, a detta di chi mi conosceva bene.
Io, che ho sempre amato i bambini, ma che li ho sempre temuti, perchè i bambini sono come i gatti, il loro affetto non si compra, deve venire da dentro e deve essere meritato.
Io, che questa cosa sul volere dei figli l'ho detta ad ogni primo appuntamento, perchè tutto fosse chiaro fin dall'inizio.

Sono passati quasi tre anni da quel primo test di gravidanza. E io me lo ricordo perfettamente come se fosse accaduto ieri. Quella linetta sbiadita che non si vedeva, due occhi in lacrime perchè non c'era, l'abbraccio che diceva che sarebbe arrivata, il riguardarla dopo e dire maguardachesecondome, quattro occhi in lacrime perchè c'era, l'abbraccio più stretto del mondo, la gioia, le paure, le speranze, il sogno di entrambi che stava diventando realtà. Un due che diventa tre.

È difficile spiegare cosa succede a una donna quando diventa madre.
Succede che cambia tutto.
Succede che cambi tu.
Che tu, non sei più tu.
Che gli ormoni sono la peggiore delle droghe: in gravidanza ti mandano in pappa il cervello, dopo il parto ti mandano in pappa il cervello, durante l'allattamento ti mandano in pappa il cervello. Non c'è speranza insomma.

Succede che ogni giorno provi sentimenti enormi, e li provi tutti. Gioia, depressione, speranza, paura, felicità, orgoglio, disperazione, autostima, crollo. Tutto insieme.
Succede che capisci cosa è la stanchezza, che impari a dormire poco e male, a sopravvivere al sonno, ma a sentirti sopraffatta spesso.
Succede che scopri che la gente adulta non sa che non si toccano le mani di un neonato visto che se le mette in bocca.

Succede che tutti hanno consigli per te, e che ci metti tempo a imparare a non ascoltare chi sa tutto di figli senza averne avuto, chi sa tutto dell'allattamento al seno avendo però dato solo il latte formulato al proprio figlio, chi sa tutto della vita di una famiglia pur essendo sempre stato solo.
Succede che tutti hanno facili giudizi per te, e difficilmente sono giudizi buoni, perchè comunque fai, sbagli sempre.
Succede che sono tutti lì, con gli occhi fissi su di te, aspettando un passo falso.

Succede che i sentimenti si fanno senza senso, che magari piangi davanti a un telegiornale ma poi resti impassibile davanti alla sofferenza di chi ami.
Succede che vorresti proteggere tuo figlio, sempre, da tutto il brutto del mondo, finchè non ti rendi conto che non è possibile, e che l'unico modo sarebbe stato non metterlo al mondo.
Succede che metterlo al mondo però è stata l'esperienza più straordinaria che si potesse provare.
Succede che ti leva ogni forza, ma te le rende tutte, con gli interessi.
Succede che ci provi a spiegarlo, ma non è possibile.

Succede essere madre per vivere e vivere per essere madre.
Succede che quando succede questo ti dimentichi di te stessa.
Succede che lo capisci, ma che sai che quel figlio meraviglioso vale più di te, e che quindi ne vale la pena.
Succede che non c'è più tempo per te e per le cose che hai sempre fatto e amato fare.
Succede che quando ti sorride, non capisci più niente, e ti manda in pappa il cervello, si, ancora.
Succede che conosci un amore diverso, più forte di ogni altro sentimento che tu abbia mai conosciuto, perchè è un sentimento che va in un senso solo, e che non si aspetterà mai niente in cambio.

Succede che credi di non poter mai amare qualcuno come quel figlio, finchè non ne arriva un secondo.
Succede allora che capisci il significato della frase di nonna "l'amore non si divide mai, si moltiplica".
Succede che capisci perchè è la leonessa che caccia, e non il leone.
Succede che capisci perchè diventare madri non è una cosa da tutte, e che è giusto così.
Succede che devi essere pronta a perdere ogni cosa: il tuo corpo, la tua anima, il tuo cuore, il tuo cervello, le tue passioni, e non sarà facile un giorno lottare per riprendere ciò che è stato lasciato.

Succede che quei bambini sono valsi la pena di tutto.
Che sono il senso della parola senso.
Che di tutti gli errori che una persona può fare, quello non potrà mai essere considerato tale.
Che ciò che dai, non sarà mai abbastanza in confronto a ciò che ricevi.
Succede che per essere mamma perdi l'essere donna.
Ma che quando ritroverai l'essere donna, sarà più forte, e sarà per sempre. E che in quel momento diventerà più forte anche l'essere mamma.






sabato 15 febbraio 2014

The Monuments Men

Ieri ho visto The Monuments Men, ma siccome questo non è un blog di recensioni non parlerò del film. C'è stata però una frase, verso la fine del film, che ha iniziato a risuonarmi dentro per tutta la notte.

"Hitler voleva prendere quello che non poteva avere".

Ci sono volte in cui chi ha già rubato molto, vuole di più. E l'avidità non paga mai.
Puoi prendere la vita delle persone, puoi prenderne la salute, i denti d'oro, le fedi nuziali, puoi prenderne addirittura l'arte. Ma quello che sta dentro un popolo, la cultura, l'intelligenza, i sentimenti, quelli no.

Una persona una volta mi disse che non potevo forzare qualcuno. Che se amavo, dovevo lasciar andare.
L'ho fatto.
E l'ho fatto lealmente. Senza alcun imbroglio, senza alcun guinzaglio invisibile.
Mettere la parola fine al libro più bello della mia vita non era ciò che volevo, ma l'ho fatto comunque.
È stato il libro a scegliere di voler continuare la storia. A dare un titolo al sequel.

Ci sono persone che hanno bisogno di perdere tutto per capire cosa vogliono, e in fondo, forse è un bene così.
C'è chi ha bisogno che la pillola del giorno dopo sia stata ingoiata per capire che vuole un figlio, che ha bisogno di arrivare all'avvocato per capire quanto tiene a quel matrimonio che gli era sempre sembrato stretto.
Ma se c'è ancora tempo, non è mai troppo tardi.

C'è ancora tempo per correre, e ci sarà tempo per vincere.
Molti quadri sono stati rubati, ma non tutti sono perduti per sempre.

C'è una cosa che mi fa amaramente sorridere, ed è il desiderio di distruzione che si crea in guerra. Come se distruggere di più, portasse più vittoria.

Qualcuno ha provato a distruggere ciò che di buono avevo creato. Ha provato a distruggere ciò che ero. E non posso dire non ci stesse riuscendo. Ma è comodo credere all'intelligenza delle persone solo finchè quell'intelligenza viene usata in tuo favore.
All'ennesimo tentativo di distruzione, chi doveva ha aperto gli occhi. Ha cercato le prove, e le ha trovate.

Perchè puoi rubare l'arte, ma non la cultura, puoi rubare un corpo, ma non il cuore che lo fa vivere.

E chi voleva attaccare, con l'avidità di chi dice che quella sarà l'ultima e poi forse ci sarà l'ultimissima, non poteva sapere che questa volta le sue bugie sarebbero crollate tutte.

È un po' difficile convincere dei soldati a sparare a degli innocenti, ma si può fare. Ma se si arriva a dire che gli innocenti si sparano da soli, allora il soldato intelligente qualche dubbio se lo porrà. E osserverà, cercherà, si farà qualche conto. Su giorni, tempi e luoghi. Su quando, guarda a caso, lui stava guardando, e armi non ce n'erano, eppure lo sparo è arrivato. E non so chi sia stato, io il beneficio del dubbio ai tedeschi lo voglio lasciare. Ma se non stati i tedeschi, di certo non è stato un tentativo di suicidio.

Ecco, non mi dispiace sanguinare ancora un po', se questo è servito a chi di dovere a capire. A rileggere, a confrontare, a chiedere a degli arbitri imparziali.

La ferità non è letale, dice il medico. Farà male, brucerà a lungo, la riabilitazione sarà lunga, e non tornerà come prima. Ma potrà andare bene di nuovo.
Abbiamo perso un Raffaello, e quello è perso per sempre, per noi, come per chi ha preferito distruggerlo pur di non farlo riavere al proprietario.
Ma abbiamo la Madonna col bambino di Michelangelo. Quella è salva, non importa la vita che è costata.
Con tutta la distruzione che c'è stata, non si può parlare di vittoria, ma è comunque qualcosa, un buon inizio per andare avanti.

Questo è l'ultimo post che parla di distruzione, di danni, di feriti.
La guerra è finita.
Che i tedeschi si occupino dei loro crauti, che di più mi sa che al momento non hanno. Sarei felice se smettessero per un po' di guardare a casa degli americani, ma non posso pretenderlo.

Io ho un mondo di opere da ricollocare, e musei e chiese da ricostruire, e non sono sola.

giovedì 13 febbraio 2014

San Valentino e panna montata



Mi ritengo una persona fortunata. Ho amato, molto, e sono stata amata, molto.
Vengo da una famiglia incredibile, ne ho costruito a mia volta una bellissima e ho degli amici sinceri su cui so di poter contare.
Ci sono stati, ci sono, ci saranno, problemi in ognuno di questi tre mondi, ma la vita finora mi ha insegnato che i problemi passano mentre l'amore resta.
Questa prima parte del mio post è un ringraziamento per loro, che mi hanno insegnato che il mondo è pieno di colori vivaci.
Siete la panna montata sulla cioccolata calda della mia vita.

La seconda parte del mio post è per tre persone (quattro): un ex fidanzato, un'anziana coppia di amici, una sedicente amica.
Persone con cui ho condiviso dei momenti belli, a volte bellissimi, ma di cui non riesco a tenere un buon ricordo a causa di promesse mai richieste e non mantenute. Sarebbe bastato non promettere un "per sempre" e queste persone sarebbero ora annoverate con altre che ora si, non sono piu nella mia vita, ma che riesco a ricordare comunque con un sorriso.
Grazie anche a loro, che mi hanno insegnato il lato grigio di un mondo a colori.
Siete la panna montata sulla mia bistecca alla fiorentina, fortuna che vi siete autoeliminati prima di comprometterla.

La terza parte del post è dedicata a voi che leggete. Alcuni di voi appartengono alle due categorie menzionate sopra, altri sono dei regali che la vita mi ha fatto inaspettatamente.
Grazie a voi, che siete il senso del mio scrivere, e il mio scrivere mi è servito ad alleggerire una mente a volte troppo carica di grigio, per permettere ai colori di entrare.
Siete la panna montata, pura, da prendere due cucchiaini per volta nei picchi di ipoglicemia affettiva, mai solo per gola.

Non mai trovato un grande significato nella festa di San Valentino, ma se il significato non sta nella festa quanto invece nelle persone, allora varrà comunque la pena festeggiare.
Buon San Valentino a tutti!

lunedì 10 febbraio 2014

Senso, baci, aghi (ma i baci sono la parte importante, non gli aghi)

Alcuni giorni fa ho letto una cosa, scritta da Patalice, sul senso che cerchiamo nelle cose:

"Noi cerchiamo un senso, un perchè alla vita e alle cose, e tendiamo a farlo con lo sguardo rivolto al passato. Ma se il senso invece fosse nel futuro?"

Questa frase qui, mi ha cambiato qualcosa dentro. Ha riscritto una parte di codice che continuava ad andare in errore.
Ho passato troppo tempo a cercare di capire il senso di alcune cose, e l'ho fatto sempre e solo pensando a ciò che era accaduto, al perchè era accaduto, al come era accaduto.
E un senso, il passato, vi giuro che non ce l'ha.

"Ma se il senso invece fosse nel futuro?"

Così si ragiona.
Perchè tanto per incominciare c'è un futuro.
E questo, vi assicuro, non è da tutte.

E il futuro che si può intravedere, è estremamente più roseo di come qualcuno si augurava, e forse anche di come io stessa mi auguravo.
E il senso, quello arriverà, senza fretta.
Prima i baci, che di quelli, invece, c'è fretta.

*

Verrà il giorno in cui forse la mia storia riuscirò a raccontarla serenamente.
Forse arriverà un giorno in cui le ferite saranno chiuse, il pericolo sarà scampato, gli organi avranno ripreso funzionalità e se possibile sarò anche scampata al rischio di rigetto per gli organi nuovi che chi mi è accanto ha deciso di donarmi.
Ecco, se e quando quel giorno arriverà, racconterò la mia storia per bene, forse ci scriverò un libro. Rigorosamente di fantascienza, così non mi direte che è una storia assurda.

Nel frattempo però, sono riuscita a raccontarla come una storia. L'ho raccontata a La Strega Bianca nei commenti dell'ultimo post.
Copio e incollo tale e quale.


Ora ti racconto una storia. La storia di una donna che un giorno incontra casualmente una persona. Tra questi due nasce un'amicizia leggera, finchè per caso non si scopre che la persona conosciuta pratica l'agopuntura. 
La donna non aveva mai creduto tanto nell'agopuntura, nonostante ne fosse sempre stata curiosa. Però, nell'aver conosciuto questa persona, con la quale si sentiva molto in sintonia, decise di provare per risolvere dei dolori che si trascinava da tempo. 
Iniziarono le sedute, e arrivarono subito dei benefici, oltre a un notevole rafforzarsi del legame che univa queste due persone.
Col passare del tempo però, gli aghi iniziavano a sentirsi, quella mano delicata era diventata più pesante, a volte quasi cattiva. 
La donna si sentiva strana nel continuare ad andare alle sedute, ma venne convinta che era tutto frutto della sua immaginazione, che gli aghi erano gli stessi di sempre, che la mano era la stessa di sempre, il metodo lo stesso di sempre. Forse, addirittura, se una qualche colpa c'era, era della donna, che aveva cambiato atteggiamento nei confronti del suo terapeuta. L'agopuntore le disse quella frase "se c'è da scusarmi mi scuso, se c'è da chiarire chiariamo", e la donna chiese allora scusa per aver dubitato di lui. 
Alla fine di quella stessa giornata, la donna si guardò la schiena allo specchio. Non c'erano più quei sottilissimi aghi delle prime volte. C'erano 12 pugnali belli grossi, in corrispondenza di organi vitali, che non potevano essere lasciati, e non potevano essere tenuti. 
Questo è ciò che è accaduto. 
Inutile dire che l'agopuntore sparì. Inutile dire che non chiese mai scusa. 
Inutile dire che per provare a salvare la propria reputazione provò ancora una volta a far passare la donna per pazza, provando a destabilizzarla anonimamente per giorni. 
Inutile dire che l'agopuntore in realtà era un'agopuntrice. Perchè una donna cattiva sa essere terribilmente più violenta di un uomo cattivo.

Frasi tanto per dire, persone tanto per perdere

"se c'è da scusarmi mi scuso".
La scrivo qui questa frase, così magari riesce a uscire dalla mia testa, smettendo di riecheggiare prepotentemente come ha fatto nelle ultime settimane.

(scusate, post senza senso, lo so)

sabato 8 febbraio 2014

Pianoforte, horcrux e sale (molto sale)





Sono passati tanti anni, eppure ci sono alcuni film che ti porterai dentro per sempre, anche senza aver bisogno di riguardarli. E di alcuni di questi, capirai appieno certe scene solo a distanza di anni.
Ecco, ieri io ho finalmente vissuto e capito il mio personale finale di Lezioni di Piano.

Quel pianoforte che pesava troppo, che tenere ancora non aveva più senso, lo dicevano tutti, lo dicevano da sempre. Eppure, tu avevi voluto tenerlo, perchè ancora ci credevi, perchè in fondo quelle note "tintinnanti" a te (e solo a te) avevano sinificato qualcosa.
Poi ti sei lasciata convincere. Liberiamocene, hai detto.

E mentre scaricavi quei pacchi e li guardavi scivolare nel fondo di un oceano salato di ipocrisia hai sentito il cuore contrarsi, diventare sempre più piccolo fino a sparire, per rinascere in una supernova di lacrime salate, che forse non hai potuto nascondere come avresti voluto.

Poi hai capito che quel piede che avevi allungato in mezzo a quelle funi senza pensarci troppo, ti stava trascinando nel fondo dell'oceano. Perchè quel pianoforte non era solo un oggetto ingombrante. Quel pianoforte che per altri era solo un oggetto, conteneva la tua anima e mesi di tue emozioni. Certo, non che le meritasse, però ci eri finita dentro, come in un horcrux.

Ti sei trovata sott'acqua. I polmoni che chiedevano di tornare su per avere ossigeno, la testa che chiedeva di stare lì giù insieme alla sua anima.
Conciliare le due cose, non si poteva, ci avevi già pensato a lungo, ma soluzione non ne avevi trovato.

E allora, in uno slancio di istinto di sopravvivenza, ti levi l'anima. La lasci andare a fondo con il pianoforte. E riemergi.

Riempi i polmoni di aria pulita.
Sei viva.

Sei vuota, ma sei viva.

Le lacrime, sono finite tutte. L'anima giace sul fondo di un oceano salato come tutte le lacrime che hai versato in questi giorni. 
Finchè non approdi al porto.

Ti aspetta una vecchia ma nuova casa, una vecchia ma nuova famiglia, un nuovo dito di ferro e, sorpresa. Un nuovo pianoforte.

Quando la necrosi arriva inesorabile, non serve più chiedersi perchè, bisogna solo amputare l'arto. 
Accade lo stesso con l'anima.

Ieri sera sono andata a letto con un corpo vuoto, un gelido contenitore vuoto e insensibile.
Eppure, stamattina, quando mi sono svegliata, ho sentito calore umano, mani, baci, fiato. Ho visto i raggi del sole che filtravano da una tenda mal chiusa e mi accarezzavano. Ho sentito voci che mi chiamavano. Ho letto messaggi di tanti amici sinceri che mi sono stati vicino e ci saranno ancora. Il profumo della colazione, il dolce che mi riempiva la bocca.

E lì ho capito. Ho capito che se un arto amputato non può ricrescere, un'anima invece si.
Ci vorrà tempo perchè ne riabbia una completa, ma non così tanto da temere di invecchiare senza.

Sono viva, si.


giovedì 6 febbraio 2014

Amicizia e Spezie

Voi ve le ricordate le Spice Girls?
A malincuore devo ammettere di essere abbastanza vecchia da averle conosciute, ma con un sospiro di sollievo (e molto a mio malgrado) posso anche dire che le conobbi negli anni della mia formazione.

E quindi credo di doverlo questo post, a loro quali misere rappresentanti di tutti i responabili dello sfascio della mia generazione, nata negli anni 80 e cresciuta in quello schifo di anni 90.
Non mi riferisco solo all'iconografia della donna bella ma stupida, all'elogio dell'anoressia, ai tacchi distruggischiena, all'illudere una carriera artistica senza una minima base nè di talento naturale nè di tecnica acquisita. Cioè, anche, ovviamente, ma mica solo questo.

C'è stato il loro singolo d'esordio, wannabe, con il quale noi abbiamo iniziato a cantare con un testo davanti, a odiare il dizionario che mai poteva davvero spiegarti ogni singola parola (titolo incluso) e ad arrangiare le prime traduzioni senza senso mentre ci vestivamo e truccavamo in modo ridicolo per le prime serate fuori con le amiche.

Ecco, quel testo lì, cantato fino alla nausea, col quale ci siamo illuse e convinte.
Friendship never ends
Come no, l'amicizia non finisce mai.

Ci avrebbe dovuto far pensare la sorte del gruppo a capire che quelle parole contano quanto un "mi dispiace per la vostra perdita" pronunciato da un becchino mentre vi passa dei fazzoletti con il simbolo del dollaro disegnato sopra.
E invece, neppure al loro scioglimento l'avevamo capito. Poi è venuto il grande ritorno, negli anni in cui tornavano tutti, che i round trip ticket evidentemente erano in offerta. E con quel ritorno, ormai adulti, avevamo pensato "dai, in fondo forse, nonostante i diverbi, nonostante fossero solo 5 scemine messe insieme per fare soldi, ecco, forse erano unite da un qualche sentimento".
Dopo il grande ritorno infatti, sono sparite per sempre.

L'amicizia, quella vera, credi sempre possa non finire mai. Credi sempre che sia sincera. Ci credi, insomma.
Finchè non arriva un oggetto di contesa, possono essere i soldi, può essere un uomo. Allora magari ti allontani, litighi, spendi parole su parole e promesse su promesse. E credi di aver risolto.
Ma è solo questione di tempo perchè venga inghiottita anche nel triangolo delle bermuda dell'amicizia.

E mentre ti troverai nel fondale dell'oceano, capirai che la colpa è di quelle 5 scemine messe insieme per fare soldi, che ti avevano convinta che l'amicizia poteva davvero non finire mai
(peccato non fosse amicizia, o almeno non da entrambe le parti, ma semplice opportunismo)

*

Si, potevo citare L'amico devoto di Wilde, ma non volevo scomodarlo per un post così squallido.

martedì 4 febbraio 2014

Lotta e Centerbe

Mi avevano detto che la vita era una corsa. Una di quelle che non sai quanto durerà, a volte sono 100 metri, a volte una doppia maratona. Non sai quanto durerà, ma è impossibile anche solo sapere chi sta facendo la tua stessa corsa e chi no.
Ci sono solo due cose certe. La prima è che sarà ad ostacoli, la seconda è che devi correre. La storia di ognimattinainafricaunleonesisveglia, insomma.
Durante la corsa, ci sarà chi ti darà delle spinte, dei colpi, chi ti farà lo sgambetto. Alcuni lo faranno di proposito, con l'intento di metterti fuori dai giochi. Altri lo faranno involontariamente. Altri ancora faranno un po' e un po'.
Anche in questo ci sono due cose certe. La prima è che a prescindere dall'intenzione difficilmente ti chiederanno scusa, la seconda è che difficilmente ammetteranno di averti azzoppato. Certo, il risultato sarebbe lo stesso, ma magari la caviglia rotta farebbe un po' meno male.
A volte, le spinte e i colpi sono così tanti, che capita di perdere il senso della misura, e da gara di corsa, la vita diventa un incontro di pugilato.
Qui le certezze sono un po' di più. La prima è che troppo facilmente si perde di vista il traguardo e ci si stanca senza avanzare. La seconda è che ne escono tutti tumefatti. La terza è che potrai vincere o perdere, ma sarà vincere o perdere una gara che non esisteva. La quarta, è che a un certo punto ti viene il dubbio sul tuo ruolo.
I said, I don’t know whether I was the boxer or the bag.
Pearl jam, Yellow ledbetter
Quando realizzarai di essere stato messo al tappeto, ferito, azzoppato, e forse anche sfigurato, avrai un po' di tempo per pensare. Un po' di tempo per guardarti intorno. Per vedere la folla di curiosi che inizia ad andare via a fine spettacolo, e che lasciandoti solo ti libera la vista dal tuo traguardo. E allora ti ricordi.
Ti ricordi che tu dovevi solo correre e invece hai perso tempo a farti pestare a sangue da chi non si è degnato nemmeno di chiederti scusa e stringerti la mano a fine incontro.
Pazienza, tutto questo. Pazienza.
Forse di distrazioni ce ne saranno altre, di quelle che ti lasciano l'amaro in bocca come il peggiore dei Centerbe e le cicatrici sul viso come la peggiore delle guerre, perchè se è vero che non si finisce mai di imparare, non si finisce nemmeno mai di sbagliare.
Quello che conta, ora, è alzarsi. E riprendere a correre, con gli occhi dritti sul traguardo.
Ecco, era per dire, che le mie lezioni individuali di pilates stanno dando enormi frutti, perchè in fondo, ci vuole un gran bel fisico per correre dietro ai propri sogni.