mercoledì 18 giugno 2014

#100happydays (bilancio)


Ho finito i miei #100happydays.
Avevo iniziato prendendola come una sfida in un momento in cui tante cose erano in discussione, soprattutto la felicità.

In quel momento, avevo pensato che se fossi arrivata fino in fondo, avrei sicuramente riguardato tutte le foto, e probabilmente scritto una lettera:
"avevo ragione io, questi sono i miei motivi di felicità" e a seguire, 100 righe di elenco.

Ieri invece ho deciso di non riguardare le foto.
Nessuna scena di lacrimuccia con musica da insulina in sottofondo (anche perchè ieri non era proprio giornata per quella musica lì)

Quello che ho imparato, in questi ultimi 100 giorni, non è un elenco di attività, emozioni, luoghi, persone, cibarie e suoni che mi rendono felice.

Ho imparato a cambiare la mia vita.
A non subire la felicità, ma a ricercarla.
A cambiare i piani, così da costringermi ogni giorno a trovare un nuovo motivo diverso per il quale essere felice.
A potermi ritenere sinceramente felice anche nei giorni tristi, anche in quelli più dolorosi.

Non sono stati 100 giorni "belli belli in modo assurdo", ma sono stati 100 giorni in cui ho capito appieno il significato di ciò che dicevo anche prima: che la felicità dipende sempre e comunque da noi.

Sono stati 100 giorni in cui sono diventata una persona un po' diversa.
Sono stati 100 giorni in cui sono diventata dipendente da quelle sensazioni.
Sono stati 100 giorni in cui ho capito che non potrò farne più a meno.
Sono stati 100 giorni in cui ho imparato a pretendere molto da me.

Sono stati anche 100 giorni, in cui molto spesso ho dovuto censurarmi, perchè non tutto si può fotografare e non tutto si può scrivere, e anche questo mi ha reso felice.




domenica 8 giugno 2014

opossuMare

Avevo 7 mesi quando al mare, imparai a fare il morto a galla.
Alcuni anni dopo, imparai a nuotare discretamente, poi bene, poi meglio, e infine a portare a casa delle coppe che lo provassero.

Quando decisi di lasciare l'elemento acqua, in favore dell'elemento palco, persi la passione per il nuoto, la forza nelle bracciate e anche la respirazione di pancia.
Eppure, non esiste giorno in cui io non sogni di fare il morto in acqua e lasciarmi trascinare un po' dalla corrente.
Perché a volte, nuotare è così stancante, e così poco soddisfacente,  che per sopravvivere basta abbandonarsi alla corrente e lasciare che tutto vada.
Certo, non si sa come, ma che vada.

E non so bene perché ho scritto questo post,  dovreste chiederlo a una certa contessa, che vi risponderà sempre e solo scuotendo la testa.
Però queste parole erano lì, e la contessa per questa volta capirà.

martedì 3 giugno 2014

La storia di Bellie

Ci sono delle parole a cui ti senti legato, parole che nel tempo, continuano a rotolare dentro alla tua testa, attaccandosi ad altre, e dando vita a delle storie che, via via diventano sempre più simili a degli enormi gomitoli.
Storie che prendono forma, in vari modi e che dopo anni ancora non riesci a concludere.

Questa storia è stata scritta da Amanda, che con il suo modo eccezionale di raccontare ha saputo dare una forma compiuta ad un personaggio incompiuto, e che ha saputo coglierne più aspetti di quanti io non le abbia dipinto.

Inutile dire, che lei per me, merita almeno il nobel alla letteratura.



La storia di Bellie inizia dove le notti, in inverno, mangiano il giorno, ed i giorni, in estate, fanno le ore piccole per vendicarsi. Inizia con due treccine bionde in un paese minuscolo dal nome impronunciabile che neppure il dilagare, alla nostra latitudine, del mobilificio giallo e blu renderebbe più familiare. Le treccine bionde, hanno un padre, una madre, un fratello ed un cane, tutti gli ingredienti che servono per costruire una di quelle favole che terminano, come da tradizione, con un "e vissero tutti felici e contenti", ma anche quelle favole a volte non vanno come ti aspetteresti. Non che abbiano una fine triste, è che a volte non si riesce neppure ad immaginare una conclusione, non si capisce proprio dove vogliano andare a parare, vanno, ostinatamente vanno, senza compiersi, senza soluzione. Lassù a nord i cieli sono tersi, aria ed acqua frizzanti, la neve arriva presto e sembra pulire ogni cosa. Bellie è figlia di un Pastore protestante, è un uomo molto influente nella sua piccola comunità, nessuna pecorella smarrisce la via con lui. Bellie è una bambina come tante e se anche la sua adolescenza non le regala maggiore grazia, sa parlare e sa ascoltare e riesce sempre a piacere. Ma la vita di quella piccola comunità sempre dentro ai margini di carreggiata, sempre pronta a mettere la freccia in prossimità della svolta, sempre rigorosa nel dare le precedenze non sembra a bastare alla Bellie che ora compie venti anni e che vuole vedere il mondo e che ora sa di dover seguire altre correnti come lo sa il salmone; quando al secondo anno di Università deve decidere dove andare a fare il suo Erasmus punta il dito sul posto che offre meno sbocchi per il futuro, ma dove le frecce non si mettono, dove ognuno segue la sua corrente personale, tranne dentro l'urna elettorale, dove le leggi morali non sono patrimonio genetico e dove sa che nascerà una nuova Bellie per la quale studio e rigore saranno paradigmi del passato. Così approda in Italia, intendiamoci non è che Pavia rappresenti di per sé la meta agognata di chi vuole una botta di vita, ma per Bellie sono la distanza fisica e soprattutto quella inquietudine, che la spinge a cercare un'altra persona nascosta da tempo  dentro i suoi panni, a trasformare Pavia in New York. Così è alla prima festa, organizzata dalle compagne di corso con cui condivide l'appartamento che vede la nascita di questa nuova creatura contro corrente. Loro si vestono per la conquista: tacchi, trucco, la bella vista su quanto c'è da offrire; lei si presenta apparentemente quella di sempre, un paio di jeans a coprire la sue lunghe gambe nordiche, il diafano pallore abituale. Loro iniziano a bere e bere per scaldare l'atmosfera, lei le sgancia al primo mojito ma non vi meravigli sapere che la sua caccia non è meno grossa delle loro, solo che Bellie non vuol nascondersi dietro il pretesto di una sbornia per superare quei limiti che le hanno segnato la via per tutta l'esistenza. Così toccherà a Giovanni, che era andato alla festa convinto di fare da tappezzeria, fare conoscenza per primo con quella nuova creatura, perché gli altri si lasciano attrarre dalla merce esposta, dall'intento dichiarato, mentre a Giovanni resterà da sognare per mesi, di quella ragazza che pareva ingenua ed invece era una bomba, capace di cercare e rubare il piacere per sé e per lui, di andarlo a scovare dove lui mai avrebbe immaginato potesse nascondersi. E avendo Giovanni vissuto con lei  la notte spartiacque tra due esistenze pensava di vedere in Bellie il prodotto di fattori semplici, una di quelle operazioni che le maestre elementari mettono sulle lavagne dei ragazzini di quarta e non di trovarsi a risolvere il teorema di Fourier. Così continuò a cercarla quando la sua fama di assatanata del sesso si sparse prima per tutta la facoltà di veterinaria, poi per l'intera università di Pavia, poi, quando ormai fuori dalla stanza di Bellie sostavano personaggi improponibili di ogni sesso, quando attraversata la fase gioiosa da Boccadirose, Bellie aveva preso a bere e farsi di coca per stare dietro alle situazioni sempre più abbiette in cui si andava cacciando, anche allora Giovanni era lì con la sua sindrome da crocerossino a raccoglierne i cocci, a darle il tempo ed il modo di leccarsi le ferite. Ma le storie così non hanno un lieto fine, le storie così si usurano ed usurano, i salvatori attendono sempre un attimo di troppo il momento della redenzione. Così i sei mesi dell'Erasmus terminarono, ma Bellie non tornò più alla sua vecchia vita ordinata lassù al nord e Giovanni smise di aspettare e noi non sappiamo davvero raccontarvelo il finale della sua storia.

lunedì 2 giugno 2014

malgrado le mine

Quella mattina squillò il telefono.
Michi, vieni, io non ce la faccio più, ho finito le lacrime.
E io arrivai, come tutte le altre volte.

Ma quella volta, fu diverso.
Non ti trovai con la sigaretta in bocca.
Non ti trovai con una rivista in mano.
Non rimasi ad aspettare al citofono perchè l'asciugacapelli faceva rumore.

Quella volta non ebbi bisogno di farmi quattro piani per vederti.
Quella volta tu eri già giù.
Quella volta non mi avevi aspettato.
Quella volta sentii urla che reclamavano medici e ambulanze, da prima di girare l'angolo.
Quella volta mi misi a correre.
Quella volta avevi un mucchio di gente intorno, che così tanta non ne avresti avuta in altro modo.

Troppi sono quattro piani, troppe le lacrime che avevi pianto, troppo quello che ti era stato chiesto.
Pochi erano quattordici anni, poche le anime che ti stavano accanto, poco l'amore che ti era stato restituito.
Pochi i minuti che mi parvero ore in quell'ambulanza, che ci mise comunque troppo.

Quindici anni, ad oggi.
E ancora mi chiedo, se quella mattina, non ci abbia messo troppo ad arrivare.

Con una bic profumata
da attrice bruciata
la guerra è finita
scrisse così.