martedì 9 giugno 2015

date a cesare quel che è di cesare, ovvero le pugnalate.

ci sono le pugnalate di un libro meraviglioso, in cui dentro ci sei tu e proprio tu, come chiunque altro e proprio chiunque altro.
un libro che mentre lo leggi ti costringe a rivivere la tua vita, i tuoi successi e le tue sconfitte, le scelte che hai fatto, quelle che hai rimandato e quelle che non hai mai voluto fare, le battaglia vinte a testa alta, le cadute nel fango, i disperati tentativi di sopravvivere,  le gioie, le belle persone che ti hanno segnato il buon carattere e quelle orribili che te lo hanno reso forte, le paure, gli orgasmi, le risate e i libri che ti hanno formato.
Un libro in cui ogni pagina ti porta ad un bilancio, un libro alla fine del quale hai pianto milioni di lacrime e sai che non sarai la stessa che eri prima di leggerlo, come ogni signor Libro dovrebbe fare.
(il libro di chiama Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli, e leggetelo solo se vi sentite forti)

ci sono le pugnalate arrivate dopo settimane incerte, passate insieme a mio padre in ospedale, arrivate come una raffica di pugnalate in crescendo.
adenocarcinomapolmonareavanzato, nonoperabile, quartostadio, metastasiossee.
queste sono le parole dette, ma chiunque in queste parole sarà in grado di leggercene molte altre, meno scientifiche e più dolorose.
sono sempre stata brava ad accettare le brutte notizie. sono riuscita sempre a rimanere forte, nonostante tutto, a trattenere, a farmi forza, a darne agli altri, ad andare avanti.
eppure ultimamente, sarà la stanchezza, sarà la somma di troppe volte in cui sono stata forte alle pugnalate, vacillo ogni volta un po' di più, barcollo con le ginocchia che tremano. forse sono arrivata al mio troppo pieno.
fossi credente, potrei appellarmi a quelle famose prove che dio dà solo a chi è in grado di sopportare, in cambio di strabilianti ricompense. fossi fatalista, potrei maledire il destino.
ma non lo sono, e non posso né pregare, né incazzarmi col fato.
continuo i miei pellegrinaggi in ospedale, il mio cercare di tenere viva la maschera della forte col sorriso, per chi ha tutto il diritto di vedermi sorridere e per chi ha più paura della mia paura che della sua malattia.
continuo a rimanere in macchina ancora 5 minuti per tamponarmi le lacrime e rimettere il rossetto che mi conferisce un aspetto decente, e fare ancora un ultimo respiro profondo prima di scendere. 

ci sono le pugnalate del provare a far andare avanti la vita.
con quel continuo senso di colpa per la vita, per quella che avanza e quella che stringe.
quel bisogno di moltissime risate urlate, e se non sono risate che sia silenzio totale.

ci sono le pugnalate dei sorrisi falsi, delle birrette ipocrite, dei panini che poi spariscono.

c'è chi continua a medicarti, scorta interminabile di garze e sorrisi e abbracci e punti di sutura: quei quattro piccoli occhi, quelle mani che ti stringono la notte, quei buongiorno di una vita, quella voce amica, quel silenzio paziente.

5 commenti:

  1. veder soffrire chi si ama è una prova durissima, non si è mai preparati, più che puntelli servono putrelle per non crollare, a volte gli abbracci possono esserlo. il mio è ben poca cosa ma te lo mando con il cuore, per te, per lui, per chi vuole bene

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  2. é un post complesso il tuo e mi sembra che qualsiasi cosa possa dire, non sarà mai accordata.
    per cui ti dico solo che ti stringo forte, anche se sono bionda e a te le bionde non piacciono. ;)

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  3. non saremo mai pronte per certe cose, ma sappiamo anche che quando capiteranno in un qualche modo sapremo affrontarle.
    ma ora concentriamoci sulle ultime quattro righe: io ci metto un abbraccio da qui.

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    1. (ehm. tre righe. sono una signorina sbadata lo sai ..)

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  4. Sono arrivata in fondo con le lacrime agli occhi.
    Perché sono anche miei gli sguardi lucidi che cerchi di nasondere con uno sbadiglio, la voce che si incrina e che dissimuli con una risata, perché lui è lì e guarda e sente. Sono miei i respiri profondi prima di imboccare l'ingresso dell'ospedale. I "ciao" allegri al personale ormai amico dopo cinque mesi di visite quotidiane.

    Anche se ora sono tornata alla "mia" vita, in Romagna e lui è là ancora in ospedale con mamma ti capisco. So cosa vuol dire incassare certe notizie, so cosa significa essere di fronte a un'inversione di ruoli non voluta, so la sensazione di vivere la vita di qualcun altro e che poi tutto tornerà come prima ma invece no e lo sai ma non ti abitui.

    Io sono qui. Se vuoi scrivermi puoi. Ti stringo fortissimo.

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